Estemporanea #8: Autenticità, sederi e dis/velamenti.

12 Dec

di T/T

Nel Figlio grasso e rosso – reportage sugli Adult Video News Award – David Foster Wallace come sempre nel suo stile icastico e acuto costellava il testo di interessanti aneddoti, il cui obiettivo a volte era quello di colpire l’attenzione del lettore svelando meccanismi profondi dell’industria del porno e della sua fruizione. Nonostante lo scritto di Wallace abbia più di 15 anni e gli AVN Award siano ormai giunti alla loro trentesima edizione ci sono passaggi che possono aiutarci nell’attraversamento di un problema cruciale della cultura pop di questi ultimi anni, quello dell’autenticità e della progressiva sessualizzazione del (s)oggetto femminile nell’industria musicale.

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Ruggine – Iceberg (2014)

10 Nov

di T/T 

There’s more to the picture
Than meets the eye.

<<La ruggine non dorme mai>>. Caparbiamente corrode il metallo, lo ossida restituendo al tempo ciò che l’uomo gli ha sottratto e lo erode con la lentezza indolente della natura. I Ruggine – progetto nato a Narzole, in provincia di Cuneo – sono attivi dal 2001: quasi cinque lustri per dare alle stampe il loro secondo full lenght e il disco dell’avvenuta maturità. Registrato in analogico presso il Blue Record Studio di Mondovì, Iceberg è un disco ruvido e spigoloso, a tratti tattile. Si avverte sotto le dita la grana del ferro inacidita e devastata dal tempo, sui cui si arrampicano facendosi spazio le parole di Simone Rossi.

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The Body/Sandworm – Split (Thrill Jockey, 2014)

22 Oct

di T/T

Lee Buford e Chip King, rispettivamente batteria e chitarra dei The Body, corpulento e barbuto duo di Providence, RI  (ora di base a Portland), sono i cerimonieri di un’austera proposta che spinge lo sludge metal nei territori più oscuri e cerebrali del drone e del noise. Dopo aver dato alle stampe per la Revenge of the Nerds, il loro I Shall Die Here, in collaborazione con The Haxan Cloack, ritornano con una nuovo lavoro, uno split condiviso con gli amici Sandworm e fuori per i tipi di Thrill Jockey

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Xylouris White – Goats (Other Music, 2014)

20 Oct

di T/T

George Xylouris e Jim White. Liuto e batteria. Grecità e cosmopolitismo post-rock da estrema provincia dell’impero. Un incontro inconsueto quello tra i due musicisti, il primo cretese, proveniente da una tradizione familiare, incentrata sullo studio e la conversazione di un repertorio legato al syrtos e alle sue varianti, il secondo, batterista australiano e legato al progetto Dirty Three, formazione post-rock capitanata da quel genio barbuto che risponde al nome di Warren Ellis, nel mentre decine di collaborazioni. A detta di chi scrive, uno dei migliori batteristi mai visti dal vivo, impeccabile, potente e di un gusto senza eguali.

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Dissolvenze&rallentamenti: appunti su Pallbearer, Earth e Sunn o)))+Scott Walker

17 Oct

di T/T

Universo sfaccettato e stratificato oramai il metal dopo aver superato indenne la prima decade del nuovo millennio si presenta come uno dei “generi” più vivi e dinamici, in continua e perenne mutazione ed evoluzione, tanto da farlo somigliare grazie ad una complessa e disarmante tassonomia a quello che fu il jazz prima che si deflagrasse nella maniera post-davisiana, capace di rendere macchietta anche le avanguardie più estreme. In realtà, è un fenomeno relativamente recente quello che ha investito il metal di attenzione dai cultori tout court di musica. Da genere detestabile, accusato di machismo, razzismo e di ottusa venerazione verso la velocità e il virtuosismo, il metal è diventato un territorio da colonizzare e tematizzare, cercando di capire le diverse storie che si intrecciano al di là degli archetipi e dei soliti luoghi comuni.

Prima che il noise rendesse la texture e l’accumulo nevrastenico del suono materico e solido, il metal ci era arrivato anni prima in maniera autonoma e totalmente in linea con lo spirito atavico del r’n’r. Nessuna preliminare infatuazione per il concetto, ma una autentica propulsione verso la natura più primitiva e fisica del suono. L’infatuazione del pubblico “generalista” verso il metal sopraggiunse quando il sonno dogmatico dei reducisti del post-punk si infranse dinanzi ad evidenti analogie. Scrive Simon Reynolds:<<La riemersione del rispetto/ardore hipster per il metal da un po’ di anni a questa parte è un fenomeno interessante: …ricordo almeno un paio di fasi…in cui gli hipster si risvegliarono come d’incanto e iniziarono a prestare attenzione al genere. Quanto alla prima, io e miei colleghi di Melody Maker contribuimmo alla riabilitazione. La Arsequake League, come ci chiamavamo, era sensibile agli sviluppi interni al metal anni ottanta: il nuovo vigore/severità di gruppi come Metallica, Anthrax, Megadeth e Voivod, accompagnato dall’abbandono (o ridimensionamento) degli aspetti più sciocchi del genere. Influenzate dal punk e dai Motorhead, queste formazioni rappresentavano una sorta di Riforma Protestante del genere. […] Più che legittimare il metal…questi gruppi resero la prossimità talmente palpabile da costringerci ad abbandonare i pregiudizi>>. [1]

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Pharmakon – Bestial Burden (Sacred Bones, 2014)

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di T/T

Osservando Margaret Chardiet nella sua “ottusa bionditudine” si resta stupiti del tipo di musica che fluisce fuori dalle sue dita e dalla sua trachea: un magma bituminoso e claudicante di stridenti suoni industriali, che arrancano e si avvitano su se stessi in dolorosi mantra sonici. Sono rituali primordiali: un suono originario – non certo originale – che ingurgita vissuto, pensiero e le ottime idee del gruppi più maturi e avant della scena storica dell’industrial (Whitenoise e Coil su tutti) e tesse uno scenario cosmico in cui ambientare micro-drammi vocali à la Diamanda Galas.

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Il Sogno del Marinaio – Canto Secondo (Clenchedwrench, 2014)

7 Oct

di T/T

Canto Secondo riparte là da dove si era interrotto il percorso de La Busta Gialla (ne avevamo parlato qui). Lo spoken word baritonale di Mike Watt riapre le danze su una bassline pesante e rocciosa, mentre il rullante di Belfi detta il tempo e la chitarra di Pilia divaga meditabonda. Animal Farm è un’epitome: chitarre acide e imprevedibili, batterismo solido e al contempo arioso e pieno di digressioni e il basso di Mike Watt che conduce le danze. I semplici divertimenti come Nanos’ Waltz nascondono una sorpresa e un’accelerazione nervosa. 

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