Centauri – Self Titled (Lepers Produtcions, 2014)

25 Jun

di T/T

Se Von Lmo fosse stato innamorato del country le sue divagazioni cosmiche avrebbero avuto l’andamento romantico ed avventuroso dei brani contenuti nel debutto di Centauri, fuori per i tipi della free label Lepers Produtcions. Difficile catalogare questo primo lavoro del combo di stanza a Milano, sospeso tra melodie tenui che si accartocciano su stesse e il pulviscolo rumoroso che si insinua tra le tessiture western di piano e chitarra.  Appunto, la stessa formazione di Centauri è sfuggente, inserendosi nel solco del weird, anche e soprattutto, a causa degli strumenti messi in campo: piano e due chitarre, di cui una acustica e l’altra affetta da seri problemi di schizofrenia.

a3414989299_10

L’ouverture Two Sun è un disegno programmatico: da una parte le melodie johnstoniane, appiccicose e nonostante ciò caratterizzate da un non-so-che di ansiogeno, e dall’altra le fughe iper-stellari come se si trattasse di Hawkwind narcolettici. Nel corso del disco l’equilibrio tra le due anime pende, di volta in volta, a favore o della canzone strimpellata da un coro di ubriachi o della composizione surrealista per un non ancora identificato space-pop da camera.

Speak to your dead è un esempio lampante: colori sfocati, melodie sognante, piano umido e una nenia così vischiosa che sarà impossibile dimenticarla subito dopo il primo ascolto. Una canzone perfetta e totalmente estranea alla natura aliena del trio. Il rumor bianco ritorna nella piccola suite in due movimenti Alfa Centauri, che implode nello scherzo per piano di Proxima Centauri.

La seconda parte del disco si muove tra vaudeville incalzanti e canzoni sketch per piano e disturbi elettronici. La sorpresa è la chiusura affidata a Always the same, un pezzo che sembra venir fuori dalle anamnesi paludose dei Mercury Rev di Deserter’s Song. La grana della chitarra fingerpicking di Massimo De Luca tratteggia paesaggi che sembrano lasciarsi alle spalle i dedali limacciosi della Louisiana per immergersi nella distese di grano dell’Oklahoma a braccetto di un claudicante John Fahey.

10426773_10152431807955782_4881251338584408382_n

Album doppio, pensato da un terzetto di mariachi alieni, dispersosi per caso sulla terra. Da ascoltare ed amare.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: