Il Sogno del Marinaio – La Busta Gialla (2013)

9 Feb

di T/T

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Metto su La Busta Gialla con curiosità e, sicuramente, con un po’ di pregiudizio, con la quasi piena consapevolezza di un lavoro che non mi entusiasmerà, ma che mi strapperà in virtù della stima e dell’affetto che provo per Mike Watt un tiepido parere positivo. Invece, mi devo ricredere sin dalle prime note.

L’incipit della funambolica Zoom dall’incedere patafisico, che ammicca a certe melodie bofonchiate dal giovane Robert Wyatt e che ricorda le riletture ironiche e sfuggenti de Il Picchio del Pozzo, è un’overture che mi costringe a prestare completa attenzione all’ascolto de La Busta Gialla.

Composto e registrato nel 2009 (quattro giorni di prove, sei perfomance dal vivo e tre giorni effettivi di registrazione) presso lo studio La Sauna di Varese da un insolito trio – Il Sogno del Marinaio, appunto – composto dal già citato Mike Watt, da Stefano Pilia (in forza dal 2008 nei Massimo Volume e dal 2010 negli In Zaire, e con una serie di collaborazioni da far impallidire qualsiasi presunto virtuoso delle sei corde) e da Andrea Belfi (ex Rosolina Mar), La Busta Gialla è un mosaico caleidoscopico, un bric-à-brac sonoro pieno di sfavillanti sorprese, un flusso narrativo e  cinematico , un diario musicale di un incontro e di un viaggio lungo il crinale della memoria del nostro paese.

Partisan Song, allora, è un omaggio al passato ormai remoto che, dopo un’introduzione per chitarre sdentate e basso borbottante, alterna un piglio quasi emo e un’esplosione epica, affidata ai fiati di Jacopo Andreini, Andrea Caprara e Giuliano Colbelli, che allittera con certe cose dei Minutemen più noti e canticchiabili (King of the Hill per esempio).

Subito dopo, Tiger Princess  incute un senso di attesa: la costruzione a patchwork del pezzo ti afferra da più parti per poi sbattersi in faccia la voce baritonale e frastagliata di Mike, che si alterna quasi in un flusso unico al voicing del suo inseparabile Gibson.

Basterebbe la triade iniziale per innamorarsi de Il sogno del Marinaio, ma il viaggio continua. Funanori Jig è una canzone senza confini, claudicante e caracollante come un viaggio negli Appennini su un furgoncino mal messo, o come il beccheggiare di un piccola barca che si trasforma in una balera seguendo la fantasia della marimba di Belfi.

Stessa tensione che si ritrova nella conclusiva Punkinhead Ahoy! sospesa tra un ibrido funk che si mischia al cori ubriachi e al cuore impro con una chitarra acida e cafona, che segue l’incedere della sezione ritmica tutta arresti e partenze e stacchi improvvisi.

L’interplay tra i tre è qualcosa di miracoloso e magico: un viaggio stellare tra i generi, le emozioni e il ricordo dei paesaggi che reinterpretati, masticati e adattati si ritrovano in questo piccolo e delizioso contenitore di ricordi.

p.s. Il tour europeo partirà a breve proprio dall’Italia. Qui trovate l’intero calendario. Le date italiane sono:

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One Response to “Il Sogno del Marinaio – La Busta Gialla (2013)”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Il Sogno del Marinaio – Canto Secondo (Clenchedwrench, 2014) | - October 7, 2014

    […] Secondo riparte là da dove si era interrotto il percorso de La Busta Gialla (ne avevamo parlato qui). Lo spoken word baritonale di Mike Watt riapre le danze su una bassline pesante e rocciosa, mentre […]

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