Pharmakon – Bestial Burden (Sacred Bones, 2014)

16 Oct

di T/T

Osservando Margaret Chardiet nella sua “ottusa bionditudine” si resta stupiti del tipo di musica che fluisce fuori dalle sue dita e dalla sua trachea: un magma bituminoso e claudicante di stridenti suoni industriali, che arrancano e si avvitano su se stessi in dolorosi mantra sonici. Sono rituali primordiali: un suono originario – non certo originale – che ingurgita vissuto, pensiero e le ottime idee del gruppi più maturi e avant della scena storica dell’industrial (Whitenoise e Coil su tutti) e tesse uno scenario cosmico in cui ambientare micro-drammi vocali à la Diamanda Galas.

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Abandon – album d’esordio della Chardiet – si poneva come un estremo atto di rinuncia e di dissoluzione del sé dal proprio passato: un’immersione sonora in un vorticoso fiume che avrebbe divelto l’apparenza dal reale, restituendo al passato al di là della sua distorsione prospettica un solida promessa di verità. Bestial Burden nasce da un’ennesima evidente cesura: all’indomani del suo primo tour europeo Margaret è stata sottoposta ad un intervento d’urgenza, che l’ha costretta a letto per tre settimane. I sei brani di Bestial Burden – registrano nuovamente con Sean Ragon dei Cult of Youth – si concentrano sulla caduta e sulla rinascita. Al centro di tutto vi è la carne e il corpo: è la sua estrema e incurante fragilità.

<<[…] non avevo la benché minima idea che fossi malata, ma avevo un cisti benigna di 12 centimetri che si era formata senza che ne sapessi nulla. Era così grande che ha fatto collassare uno dei miei organi. I dottori non erano sicuri di cosa stesse succedendo, ma dopo essermi svegliata dall’anestesia, mi hanno detto, “Non siamo riusciti a drenarla, l’abbiamo rimossa, insieme all’organo alla quale si era attaccata”. Così, mi ritrovo un’incisione sull’ombelico e tre sull’addome, e loro hanno tagliato alcuni muscoli dell’addome, e questo è in parte la ragione per cui la degenza è stata così lunga: è abbastanza difficile capire quanto in realtà usiamo quei muscoli ogni giorno. Essere trattata come un pezzo di carne mentre ero in ospedale ha avuto un impatto enorme su alcune idee che sono finite nel disco>>. [1]

Ecco svelato l’arcano dietro una copertina estrema e disturbante come quella di Bestial Burden: un’autopsia fisica e emotiva. Un quadro sonoro della fragilità del corpo, esposto nella sua mortalità come in Primitive Struggle, un conflitto del sé con il proprio involucro carnale: una crasi fatta di strepiti, colpi di tosse e vomito che si inabissano in un brusio industriale che si dissolve in lontananza, come se da tutt’altra parte qualcuno facesse risuonare una vecchia copia di Zeichnungen des Patienten.

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<<Il disco si occupa della frattura tra corpo e mente. Quando sono stata costretta a letto per tre settimane dopo l’operazione, la mia mente era in Europa, in tour, faceva musica, perché credevo di essere là. Mi ci è voluto un po’ di tempo affinché il mio cervello capisse quello che in realtà stava succedendo al mio corpo. Si era creata questa frattura tra i due che ha provocato in me la sensazione come se il corpo avesse una volontà separata dalla mia – solo un recipiente in cui ero intrappolata […] Così l’artwork riflette questo desiderio di mostrare il corpo come un bozzolo di carne e cellule che muta, ti delude e ti inganna…>>. [2]

Scriveva Emil M. Cioran in Squartamento:<<Che cos’è il dolore? – Una sensazione che non vuole cancellarsi, una sensazione ambiziosa.>>. L’incancellabile esperienza dell’essere intrappolati in un involucro estraneo e ostile: che l’anima sia un ospite indesiderato guida l’ambiziosa scrittura di Pharmakon. Bestial Burden nelle sue sei composizioni è un’ostile recrudescenza, un voler inabissarsi nell’insondabile mistero della dualità – nonostante fiumi di inchiostro che negano la gnosi: è un’antitesi virulenta al Rembrandt de La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp.  Non si può prendere lezioni di anatomia – scoprire il mistero della carne, la sua trappola – <<con dei larghi cappelli in testa>>, come scrive il Camus de La Caduta. Lo squartamento di Bestial Burden è un atto di masochismo – uno straziarsi – che diventa riflessione (un ripiegarsi su se stessi) e condivisione: una discesa. Per certi versi, ricorda nonostante la distanza sonora l’ultimo capolavoro postumo dei Coil, The Ape of Naples: anche là c’era un anima messa alla gogna, quella dell’assente John Balance.

Appunto, l’assenza. La musica straziata, incenerita, resa lacerto e polvere, serve a Chardiet per colmare un’assenza. La sua assenza durante l’ammutinamento della sua carne. La danse macabre di Body Betrays Itself sembra sfuggita dalla prigioni di Piranesi, così come i sette minuti incendiari della title track; che si arrugginiscono sino a stridere e cadere nel nulla.

Opera oscura, profonda e complessa. Meditatio Mortis assoluta di una giovane noiser venuta a contatto con la fragilità dell’esistenza.

—————————

[1] http://pitchfork.com/features/update/9481-pharmakon/

[2] Ib. 

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