Estemporanea #5: DFW

28 Nov

di T/T

In Caro Vecchio Neon, DFW mette in scena una lunga e insondabile confessione di una voce/(pensiero) narrante, che cerca di gettare la maschera dinanzi all’imminenza del suicidio: un fascio nervoso di pensieri che si accavallano, spingono, scalpitano cercando di fermarsi sulla pagina e che si riflettono come un lampo ed un epifania nel pensiero appena accennato di Dave Wallace – compagno di corso della voce/(pensiero) narrante – «che [cerca], anche solo per l’istante che ha le palpebre abbassate, in qualche modo di riconciliare quello che quel tipo radiante era parso dall’esterno con la cosa che all’interno lo aveva indotto a suicidarsi in modo così teatrale e doloroso»[1].

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Di questo ribollire nervoso di pensieri, DFW scrive:

[…] nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera ecc. – eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese d’origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a far finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiare ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte. [2 ]

Si può intuire quanto il problema del linguaggio, o meglio della fallacia del linguaggio nel catturare e/o rappresentare il continuo ruminare del pensiero, fosse di primaria importanza per DFW e di come questo stessa discrasia tra un interno in continuo e implacabile movimento e la sua controparte materiale fissata su carta fosse avvertita non solo come un problema di natura teorica e pragmatica, ma come un vero e proprio disagio esistenziale. La scrittura – che quando funzionava non faceva sentire il culo sulla sedia a DFW – fisica attenuava il ruminare nervoso dei pensieri facendo scemare a brusio il rumore bianco che lo annichiliva.

Lo iato con l’esistenza si era acuito sino ad incontrare l’insormontabile scoglio del terzo poderoso romanzo – il postumo Il re Pallido – che nelle intenzioni di DFW avrebbe dovuto avere una voce nuova dotata di uno spessore morale à la Dostoevskij mettendo in scena la noia e il piacere senza eccedere mai formalmente nell’Intrattenimento (pur assecondando in parte la «fisica del lettore»). Un’impresa che si rivelò di immane difficoltà. Schiacciato dalla Statua di Se Stesso, innalzata dalla critica e dagli editori all’indomani della pubblicazione dell’altrettanto monumentale Infinite Jest; dalla prolifica attività dei suoi colleghi/amici scrittori, tra tutti DeLillo, Vollman e, soprattutto, Franzen, e dalla sua connaturata tendenza a voler essere sempre il «primo della classe», nonché dall’incombente “buco nero con i denti” che ritornò a colmare di nausea ogni sua cellula [3] dopo la sospensione decennale del Nardil, l’uomo che era diventato DFW dovette scontrarsi con l’inevitabilità di quello che era, un fottuto essere umano che non funzionava bene, paralizzato «dalla paura di scrivere qualcosa che si discosti un poco dalla perfezione». [4]

Il suicidio di DFW – al di là del senso di fragilità umana che restituisce e che non può non colpire quanti l’abbiano letto con attenzione e non si fermino all’apparenza – assume, anche e sopratutto, una dimensione che vorrei definire “simbolica”. La domanda che si profila in filigrana è la seguente: che ruolo può avere la letteratura in un’epoca di iper-modernismo, dove le narrazioni sono continue, frammentarie e condivise, dove, tutti raccontiamo la nostra storia “romanzandola” e rendendola pubblica? Quello che DFW ripudiava, i.e. il concetto di “spettanza” ormai era ad un passo da diventare endemico. Oggi siamo tutti spettatori e narratori: il problema è che nessuno di noi, forse, narra la verità, ma solo una versione distorta ed editata per accontentare il proprio ego e gli altri. DFW era terrorizzato dalla scacco, dall’impossibilità materiale di poter proporre una cura alla degenerazione ossessiva dell’americano medio per l’Intrattenimento. L’incommensurabile distanza che maturava tra il suo intento e quello che la realtà – anticipata dalla struttura rizomatica di Infinite Jest – era diventata, poneva tra parentesi la possibilità e l’utilità stessa del suo impegno: dare un nuovo tipo di fede all’umanità frastornata dalla frammentizzazione mass-mediatica.

L’estrema sincerità e la lotta all’ironia post-moderna erano diventati il leitmotiv della sua ricerca. Scontrarsi con l’apparente inattualità di questo progetto e il sopravanzare di una realtà che ormai era totalmente filtrata dalla Rete, molto probabilmente, lo convinse dell’impossibilità di condurlo e di concludere un romanzo che riuscisse a mostrare quale fosse la Verità da “venerare” con una matura e disincantata, ma nel contempo servizievole, consapevolezza, poiché «nelle trincee quotidiane della vita d’adulti», come proferì durante il discorso per il conferimento delle lauree, tenuto al Kenyon College il 21 Maggio del 2005, «l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare […] Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai…Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza  e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva…Venerate il potere e finirete col sentirvi debole e spaventati, e vi servirà sempre più potere…Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere mascherati». [5]

L’itinerario umano e intellettuale di DFW è la chiusura di un cerchio. In Il Pianeta Trillafon e la cosa brutta, scriveva decenni prima la motivazione del suo atto:

Facciamo tante storie quando chi ha una «grave depressione» si suicida; diciamo: – Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino! – Errore. Perché, vedete, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando scolano interi armadietti di medicine, schiacciano un pisolino in garage e che so io, si sono già uccisi da un pezzo. Quando «si suicidano» si dimostrano semplicemente coerenti. Danno semplicemente forma esteriore a un fatto la cui sostanza in loro esiste già da molto tempo. Una volta che ti rendi conto di  quello che sta succedendo, il fatto dell’autodistruzione esiste sotto tutti gli aspetti pratici. Rimane ben poco da fare in una situazione simile, a parte «formalizzarla» […]. [6]

In un atto di estrema e paradossale coerenza, DFW formalizzo la sua sconfitta, glossando così a carattere cubitali con la sua stessa vita la sua opera. Un esito forse prevedibile.

Fernanda Pivano, nella prefazione a Brevi interviste con uomini schifosi, scriveva:«Lo scrittore ritiene questa raccolta la sua opera più inquietante, ma quando ha cominciato a scriverla non prevedeva che lo sarebbe diventata; non prevedeva neanche che “gli amici avrebbero pensato che riflettesse qualcosa che succedeva a me; e se questo vero, sarei l’equivalente letterario di uno che scrive Aiuto sullo specchio senza saperlo”». [7] DFW, molto probabilmente, ne era consapevole e per spirito di coerenza ha chiuso bottega per non passare il resto dei suoi giorni a lucidare la Statua di Se Stesso, incapace di mostrare al mondo cosa significasse essere «un fottuto essere umano».

p.s. queste considerazioni nascono a margine della biografia di D.T.Max. Lettura imprescindibile per tutti coloro che hanno amato/odiato DFW.

* * *

NOTE

[1] David Foster Wallace, Oblio, Einaudi, Torino 2005, p.215.

[2] Ivi, p. 180-1.

[3] In Il Pianeta Trillafon e la cosa brutta, il suo primo racconto, DFW scriveva questo a proposito della depressione:«Certi dicono che è come avere sempre davanti e sotto un enorme buco nero senza fondo, un buco nero, nerissimo, con dentro qualche spunzone, magari, e tu fai parte di quel buco, e cadi anche quando rimani dove sei (…magari quando capisci che il buco sei tu, e nient’altro…), in David Foster Wallace, Il Pianeta Trillafon…, in Id., Questa è l’acqua, Einaudi, Torino 2009, p. 67-8.

[4] DFW avrebbe attaccato nel risguardo di copertina di un suo quaderno un aneddoto su T.S.Eliot. Il famoso psicoterapeuta Homer Lane avrebbe detto ad un suo paziente, amico di Conrad Aiken, di riferire per mezzo suo ad Eliot quale fosse il suo problema: scrivere qualcosa che si discostasse dalla perfezione. Al riguardo si veda D.T.Max, Ogni storia di amore è uno storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, Einaudi, Torino 2012, p. 463.

[5] David Foster Wallace, Questa è l’acqua, in Id., Questa è l’acqua, cit., p.153.

[6] Id., Il pianeta…, cit., p. 71.

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