Sentieri Selvaggi #5: Gronge – Cremone Gigante per Soli Adulti (On Records Japan)

16 Sep

di Bassifondi?

«Sono orgoglioso oggi di potervi offrire il famoso cremone gigante […]». Gironzolo un po’ per la stanza, picchietto qua e là sulla scrivania con l’indice, indice-medio, indice-medio, mi risiedo. Non ho tanta difficoltà a scrivere dal lontano 2010, quando provai a stendere due parole su Flying Teapot per la prima uscita in cartaceo di Bassifondi?. Fu un suicidio al tempo. Fuori bel tempo, davanti agli occhi la copertina di Cremone Gigante per Soli Adulti: a metà tra Manzoni e Warhol. Non so bene da dove iniziare. Cosa proferire per prima.

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Cerco ispirazione e un po’ d’informazioni sulla On Records Japan, giusto per iniziare ad entrare in sintonia col disco: l’isteria del suo contenuto fa tremare la mia gamba destra in una continua smania. Scopro che l’etichetta è nata al tramonto del 2012, mi chiedo cosa c’entri coi Gronge e poi leggo: « è un progetto del Centro Italiano di Fukuoka, dedicato esclusivamente alla musica italiana e alla riscoperta di alcune sue opere perdute nel tempo ». Ora mi è chiaro il legame tra Gronge e Giappone e, forse, posso orientarmi. Parte il primo pezzo, omonimo, la demenza senile di una televenditrice ambulante, che scopro essere il mostro Wanna Marchi, che terrorizza con il suo esaurimento e le sue infernali turbolenze emotive: spaccia il suo cremone gigante sullo schermo al prezzo, eccezionale veramente!, di cento mila.

Inizio a pensare che non ho la minima idea di che atmosfera respirassero i Gronge alla fine degli anni ’80, storicamente, musicalmente, artisticamente, ecc.. Cerco un po’ di contatti. Scrivo a Tiziana Lo Conte e lei sulle registrazioni del periodo mi dice: « l’atmosfera era sempre la stessa, cioè grande caos e anarchia…».

Cosa so in fondo sull’89? Nulla. Finisco a recuperare un po’ d’informazioni dal mio scarno bagaglio culturale: nell’89 esce Customs dei Savage Republic, Stone Roses, fanno a pezzi il muro di Berlino, no?, Westward the Course of the Empire Takes Its Way di DFW, Paul’s Boutique dei Beastie Boys, Mistery Train di Jim Jarmusch, Doolittle, Ruhollāh Muṣṭafā Mosavi Khomeyni pronuncia la condanna a morte sulla pelle di Ahmed Salman Rushdie, On Fire dei Galaxie 500, Ruhollāh Muṣṭafā Mosavi Khomeyni muore, Two Nuns and a Pack Mule dei Rapeman e Franco Battiato l’anno prima ha pubblicato Fisiognomica.

I battiti di Formato Speciale dalle casse del pc. Non riesco a seguire il testo, formato speciale!, quattro corde basse di ipnosi, formato speciale!, traccia a 0.49 secondi con il meraviglioso solo formulare di chitarra effettata, e mi perdo a inseguire la tessitura ritmica del pezzo, un continuo trita-rifiuti, con James Chance a proteggere la buona riuscita delle incursioni al sax di Inke Kühl.

.. Inizio a sentire meno difficoltà nel pigiare sui tasti. Ultimo Giorno di Squola è senza funk, perso per strada, ne sento un po’ la mancanza, mentre Tiziana Lo Conte canta: usi altre parole, ma sei sempre tu; sono sempre i Gronge, infatti. La sezione ritmica seppur articolata in maniera differente ha un suo dialogo immutato con le sei corde di no-wave di Paolo Taballione, penso di sentire un violino sulla coda, forse lo immagino solamente. Era Moderna’e l’attacco orchestrale di violino e stridore chitarristico: la mia prima vittima è il telefono. Allucinazioni sonore brutiste, John Cage, Art of Noise, Pink Floyd: molle, lamiere, termosifoni, tubi percossi divengono congas, maracas, marimbe, reco-reco.

Abbandono la tastiera, esco fuori casa di corsa, prendo al volo le cuffie, cammino, i Main Source segnano l’andatura, combattono per l’oggi, I’m lookin’ at the front door, baby I’m lookin’ at the front door – I’m lookin’ at the front door. Nel frattempo continuo a pensare a tutta la faccenda Gronge: il Giappone, Tiziana Lo Conte, il sax e James Chance. Confronto Cremone Gigane per Soli Adulti con Breaking Atoms, volgarmente sullo stesso piano, e inizio a comprendere i Gronge, mi accorgo di cosa renda divergenti ontologicamente i due dischi, al di là dei generi: quel senso fermo di un lavoro abbandonato nel tempo, nostalgicamente svogliato, intrappolato nel 1989, troppo stanco per combattere per l’oggi, per allontanarsene, quasi nato per essere dimenticato.

L’idea mi stuzzica, cosparge un po’ di mito le tracce e tartasso nuovamente Tiziana Lo Conte a riguardo, le chiedo se incidessero musica con l’idea già in partenza di abbandonarla al proprio destino, in un cassetto polveroso. «Rispetto al periodo dell’omicidio di Cremone, non avevamo nessuna intenzione di mollare, anzi la nostra comune creatività era alle stelle».

La notizia delude e tradisce un po’ le mie speranze di cibarmi di nuovi miti. Così le chiedo anche cosa avesse portato tutti loro a incidere musica del genere: «la borgata e il riscatto culturale, insomma le nostre origini. […] Non eravamo assolutamente influenzati dalla new wave del tempo, ma bensì da ascolti fuori dal coro per l’epoca. Posso citare Pere Ubu, oppure Cabaret Voltaire». Il tutto inizia a quadrare, mi ritornano alla mente le percussioni brutiste, (post-)punk e industrial, di Era Modern.

Tuttavia quello sopra enunciato mi è parso fin dal primo istante, in cui mi è balenato alla mente, un dato essenziale: i Gronge di allora, i Gronge del 1989, non scrivevano per l’eternità, scrivevano per la contemporaneità e le registrazioni di Cremone Gigante per Soli Adulti lì son rimaste imprigionate, a segnare un periodo, un’identità non più in vita. Non c’è evoluzione, non c’è sviluppo nel mito della modernità. Inizio a credere di non essere esattamente la persona adatta per scriverne a riguardo, di questa contemporaneità io non ne ho mai visto la luce.

Torno a casa, mi attendono tre tracce di esasperazione e sconforto di Cremone Gigante per Soli Adulti, forse non sono preparato. Riprendo da lì dove avevo lasciato, La Barriera del Silenzio: la traccia s’insozza di sperimentazione industriale e stupra la sinfonia. Siamo abituati a non vedere, siamo abituati a non sentire. Tutto scorre in fretta, senza troppi intoppi e fastidi. Ticket persegue nella perversione, con Suspiria nel sangue della ritmica, sino all’esplosione di sassofono, che spezza le rimembranze, liberatevi! – liberatevi!. Dio è 3 Poeti è un cumulo di angoscia, un piccolo capolavoro di rabbia punk alla vecchia maniera, così metto in pausa. Cerco su YouTube Caffè de la Paix, sento che qualcosa accomuna i Gronge a lui, a Franco: ho un irritante bisogno di un po’ di intellettuali non-sense pretenziosi e mi rassereno con la follia inconsistente delle sue liriche, sempre ilari e allegre e gioviali. Vieni a prendere un thè al caffè de la Paix?, su vieni, con me! – […] Ancora oggi, le renne della tundra – trasportano tribù di nomadi – che percorrono migliaia di chilometri in un anno… – E a vederli mi sembrano felici, – ti sembrano felici?.

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Abbandono le renne della tundra, continuo a riflettere sull’equazione Battiato = Gronge. Sento che a sfuggirmi è qualcosa di importante, che ha a che fare con la consapevolezza artistica, con la coscienza del ridicolo. Ma non approfondisco oltre, il pezzo è già lungo a sufficienza per non essere letto da nessuno. Ritorno a Cremone Gigante per Soli Adulti, arrivo finalmente alla mia sequenza di brani prediletta: Panico, Panico! è il capolavoro pop, incorruttibile, geniale, un manifesto di poetica, intimamente armonioso: fanfara di tromba e trombone a metà brano, squisitamente decomposta. Il basso pieno e pastoso è una meraviglia, Fabrizio “Trick” Sibilia e Marco “Marcho Gronge” Bedini e Massimiliano di Loreto scrivono il loro secondo capolavoro ritmico. Segue Senza Scadenze, segue anche negli entusiasmanti esiti da pop culture: discordie no-wave e post-punk, tipica nevrosi da basso-batteria post-funk, immersi nella merda fino al collo, la new wave nel petto e una coda con svisate elettriche esaltanti. Infine con Metropolis termina il primo disco, mi viene in mente mia madre, che mi parla di Fritz Lang, ma non so quanto possa avere a che fare il loro pezzo col film muto della fine degli anni ’20.

Rimane da ascoltare il secondo disco, meno fruibile, ricolmo di materiale live, di outtracks e mix alternativi. Interessante indubbiamente, ma più per un pubblico, che della discografia del complesso romano ha giù in pugno tutti i capitoli.

// Impressioni di fine ascolto: mi sembra di aver visto Battiato ascoltare Jazzmatazz Vol. 2 – The New Reality, restarne fulminato, sentire su di sé il peso del suo tradimento all’avanguardia. L’ho visto prendere a pugni Ian Brown, muoversi sinuoso sul palco, ballare sui bassi e sui colpi di cassa, rapire il posto negli Stone Roses dietro il mic, finendo a suonare con loro il repertorio degli Area. Battiato vs. Stones Roses vs. Area. //

P.S. Dal 1989 la On Records ha recuperato un grande lavoro disperso, ma di attualizzarlo non c’è possibilità e volontà.

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