Tank of Danzig – Not Trendy (Music à la Coque)

24 Jun

di T/T 

Buona parte del post-punk si radica su uno strano e doloroso processo di appropriazione dell’identità negra, nella fattispecie attraverso un utilizzo massiccio di tutto quello che ricade sotto l’ampia categoria di «funk». Questo processo trasversale, che toccò i due versanti dell’Atlantico, fu attuato da un contingente variegato, eppure con una precisa nota comune: la maggior parte degli attori avevano avuto a che fare con il punk e con tutto quello che ne era conseguito, ma nello stesso tempo il loro approccio era più consapevole e cosciente, anche e soprattutto dal punto di vista politico, e pertanto in un certo qual modo se ne distaccava prepotentemente.

Tank+of+Danzig+tankofdanzig

L’agit-prop di gruppi come i Delta 5 o i Au Pairs utilizzava gli scarti nervosi del funk, così come avrebbero poi fatto con maggiore decisioni i Gang of Four, che trovarono in Dave Allen la quadratura del cerchio [1]. Disciplinato nei limiti di un minimalismo più immediato il bassista incominciò a tirar fuori della bassline precise e piene di groove che ben si amalgamavano con le chitarre acide di Andy Gill. Dall’altro lato dell’oceano anche Byrne & Co. decisero pur tagliando i ponti e non credendo nel mito del white nigger di impossessarsi degli stilemi della disco e del funk, ma con un’attitudine artistoide e de-sessualizzata. Il fremito sessuale di James Brown era castrato e geometrizzato nelle pulsioni disco di Weymouth e Frantz [2]. Anche, i Contortions di James Chance non erano scevri a questo processo – seppur un certo istinto istrionico e ormonale resisteva nella spregiudicatezza degli strepiti del sax del leader della formazione.

A proposito poi di questo inesorabile transito tra i “punk” e la cultura nera, il barbuto Robert Wyatt si esprimeva così in un’intervista del 2006:

A quell’epoca stava succedendo qualcosa, dal punto di vista storico, che mi pareva del tutto sbagliato. Si stava formando uno schema nel quali i giovani cantanti bianchi cantavano cose serie – cose politiche, punk. Mentre alla gente nera veniva assegnato il ruolo di entertainer popolari tutti presi dalla disco music. Questa non era per niente la mia esperienza quando ero giovane. Funzionava al contrario. L’intera idea di musica – di opposizione, di serietà – che il rock aveva ereditato, veniva di fatto dalla black music. Qualunque gruppo bianco si faceva crescere i capelli e portava i jeans quando poteva di fatto permettersi abiti costosi. Mentre i giovani neri all’epoca non si comportavano così perché non avevano speranza. [3]

Essenzialmente, la generazione post-punk capiva la forza tellurica contenuta nella disco e cercava di imbracciarla come un mitra attraverso un processo di politicizzazione, riconducendola alla forza eversiva del blues primitivo. Paradossalmente, se il blues era stato disinnescato dai bianchi, ora i bianchi restituivano il pegno contribuendo alla mutazione della disco in qualcosa di “pericoloso”.
Tuttavia, questo processo di transumanza non poteva essere limitato ai paesi anglofoni: il verbo funk-punk, già reso ortodossia, arrivò in Germania. Tra i tardi anni sessanta e i primi settanta, il funk subì una pesante opera di rilettura da parte dei Can secondo un linea di fuga che doveva molto agli studi sulla ricorsività della musica contemporanea tedesca (non a caso Schmidt e Czukay erano allievi di Stockhausen): quello che venne fuori si può ascoltare nel primo disco di Tago Mago. Un funk privo di qualsiasi traccia sessuale: ostile, cerebrale e asfittico. Un funk pauroso e così sbiancato da brillare in maniera quasi aliena.
 È la stessa sensazione che trasuda dai solchi di Non Tendry, disco dei Tank of Danzig, che l’etichetta barese Music à la Coque  strappa dall’oblio e ristampa in edizione digitale dopo ben 31 anni dall’edizione originale in vinile della Idiot Records.
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Il cd raccoglie l’intero album d’esordio del 1982, integrandolo con bonus track provenienti da primo singolo della band Licht und Schatten e dall’ep Your Brain. I riferimenti sono palesi: Pop Group, Gang of Four, A Certain Ratio, James Chance etc etc, eppure tutto è filtrato dalla tipica Stimmug tedesca. Già dall’iniziale What’s The Sense of Life, disturbata da un sax acido e nervoso, si capisce che l’eccezionalità del disco è proprio in questa anima fredda eppure pulsante, che pur essendo fedele all’ortodossia del funk-punk lo declina in maniera insolita e originale. Plastic Bag potrebbe essere benissimo una cover dei Contortions, con quella chitarra rumorosa e tagliente eppure c’è qualcosa di adrenalinico che rende il groove quasi meccanico ed impersonale, come una specie di fiero algoritmo. Quest’alienazione, quasi industriale, sembra crescere in brani comeBrain War, tutta giocata sull’incastro tra le basse frequenze asciutte del basso di Esch e gli alti sparati dell’hit hat di Fischer e le azioni terroristiche della chitarra di Schengel e del sax di Kohl. Dopo uno sbiadito omaggio di No New York, si procede con i toni più rilassati di (I’ve Seen) The Truth, per poi sfociare nel nervosismo ritmico delle ultime tre tracce – tra cui spicca No More Chance –  che chiudono così il cerchio.
Un recupero eccellente per ovviare alla scarsa attenzione verso realtà minori della Neu Deutsch Welle e per uscire fuori dalla risacca dei soliti quattro nomi.
Da ascoltare e “ballare” col cervello.
[voto => 7]
* * *
[1] Reynolds, S., Post-Punk, Isbn Edizioni, Milano 2006, p. 159 e ss.
[2] Id., p. 179.
[3] AA.VV., Robert Wyatt. Dalla viva voce, Auditorium Edizioni, Milano 2009, pp. 69-70.
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