Coma Cinema – Posthumous Release (Fork and Spoon/Orchid Tapes)

15 Jun

di T/T

Coccolato da Pitchfork, che notò i suoi esperimenti casalinghi e censì in maniera entusiasta il suo disco d’esordio, Coma Cinema, al secolo Mat Cothran all’indomani dell’uscita del suo nuovo lavoro – stavolta privo di quella patina lo-fi  che aveva fatto gridare al miracolo – viene liquidato con un sei politico. Dopo aver lasciato Spartanburg per Columbia ed aver deciso di registrare Posthumous Release (Fork and Spoon / Orchid Tapes) a Los Angeles bisognava attendersi che la storia d’amore tra la redazione di Pitchfork e il giovane e depresso musicista fosse prossima alla fine.

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Cavalcando un luogo comune dell’agiografia rock sappiamo che il dolore genera arte e, molto, spesso l’urgenza di estroflessione o la necessità di urlare al mondo lo scandalo dell’esistenza sono il giusto prodromo alla redenzione, o alla caduta. Ecco, Posthumuos Release sembra quasi addentrarsi morbosamente  nei pressi dei quotidiani abissi di desolazione, ma lo fa per la prima volta con una produzione compita, che può far pensare ad un inganno bello e buono. L’autenticità lo-fi dei primi lavori – tutti pensati, composti e registrati nella sua camera da letto – è qualcosa che dava credibilità al disagiato protagonista e alle sue paturnie emotive. Venuta meno la forma, l’insidiosa idea che sia tutto un grande inganno è l’ipotesi più prossima.  Eppure queste  undici nuove incursioni emotive non sono per nulla inferiori a quanto avete finora ascoltato di Coma Cinema.

 

Basterebbe ascoltare le tastiere liquide di Bailey Jay o l’arrangiamento per piano e fiati di  Lee (Columbine High Harmony) per constatare la salute “musicale” di Mat Cothran. Non lascia dubbi la tenue melodia di Partners in Crime, che potrebbe far pensare ad Eliott Smith. La successiva Burn a Church ravviva la china introspettiva, nonostante il testo degno delle paranoie schizofreniche di un Daniel Johnston. Virgin Veins poi è un colpo alla stomaco: the heart is a monument/to a childhood of abuse /a quiet suffering /that knows no one wants you /so lonely /so ugly /and confused, con tanto di chitarra “piangente” a fare da contrappunto alla voce.

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p.s. Se poi la nostalgia per la patina lo-fi finto 90s è troppo forte e non volete rinunciare all’immagine oleografica di Mat Cothran, ci sono sempre le uscite del suo alter ego Elvis Depressedly, attivissimo su twitter con i suoi allegrissimi tweets. I 16 minuti scarsi di Holo Pleasures fatti di chitarre sporche e disagio esistenziale post-puberale sono lì ad attendervi.

 

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