Pure X – Crawling Up the Stairs (Acéphale)

27 May

di T/T

Superata – si fa per dire – una sbornia post-operatoria, immobilizzato a letto tra un libro, un fumetto e un disco ho deciso di scrivere qualcosa. E allora, tra il nuovo Marnero – di cui forse parlerò a breve – il “nuovo” Dirty Beaches  e altra roba posticcia e vomitevole, mi sono imbattuto in questo tutto sommato onesto sophomore dei Pure X.

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Quello che mi ha convinto a proseguire l’ascolto di Crawling Up the Stairs dopo la title track, è quella sensazione di piacevole familiarità che ti costringe a scavare in quella malandata memoria che ti ritrovi – ormai succube di uno smart phone – e poco per volta costruisci la rete di rimandi e ti trovi a sussurrare a mezza voce il nome [e mentre scrivi te lo dimentichi…cose che succedono]. Al di là delle mie miserie mnestiche, la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati gli A.R.Kane di 69, svuotati di tutta la carica dub e resi ancora più lucidi e appuntiti – ancora più metamfetaminicamente dolorosi.

Ma, fermarsi solo al combo inglese sarebbe fare un torto ai Pure X, che dopo un anno di pausa causa problemi reali (cadute da skate, ginocchia che saltano, ragazze che decidono di cambiare città in cui vivere, etc etc.) si sono ritrovati a mettere su un album caratterizzato da una produzione acuta e attenta, ma soprattutto da un costante accumulo di mood e sentimenti a cui, quasi enciclopedicamente, è facile abbinare un gruppo, un riferimento e una peculiare atmosfera compositiva.

E allora, ti puoi trovare ad inseguire il falsetto alla Tunde Adebimpe senza una base da soul meticcio, un po’ fieramente negroide, un po’ ammiccante al Peter Gabriel di So, di I Fear What I Feel, che ti prende in contropiede dopo la sognante Write in the Slime, quasi un intermezzo alla The Flaming Lips periodo Soft Bulletin/Yoshimi, impreziosita da un vocoder estraniante.

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Eppure, questo dream-lo-fi  [desertico nelle forme, come se volesse trattenere in ogni brano la sensazione di riverbero abbagliante] riversa sempre una sorpresa, come nella nervosa Shadows and Lies, la cui narcolessia è rotta da una voce graffiante e da un crescendo al rumore bianco. Chiuso, il primo sestetto di brani si ritorna ad un tono nuovamente sognante con la successiva I Come from Nowhere. Pace onirica ravvivata dai toni 80s metà The Cure e metà riverberi e illusioni sonore alla A.R.Kane di Never Alone. Dopo una breve parentesi country – piacevole a dire il vero – si ritorna al solito interplay tra basso gommoso e cantante e chitarre appuntite su bassi ritmiche risicate e il disco scivola così sino alla sua naturale ed evanescente conclusione.

Frammenti rubati al caos, quasi piacevoli nella loro imperfezione e ripetitività.

[voto – 6,5]

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