Estemporanea #2: Gazebo Penguins, o del puppare la fava.

20 May

di T/T

Non ero malauguratamente tra il pubblico di quell’evento che fu l’ultimo anti-Mtv Day, ma alcuni miei amici che vi presero parte mi raccontarono – mischiando epica e aneddotica spicciola – della bontà del concerto dei Gazebo Penguins. Tiro, presenza e capacità di gestire un live di immediata presa su un pubblico in delirio che cantava a squarciagola i brani di Legna.

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Di solito – per un sorta di idiosincrasia personale – mi tengo alla larga da certi gruppi. Un po’ perché il ritardo storico con cui si muovono non è neanche minimamente rubricabile sotto una sana retrologia, ma, anche e soprattutto, perché suonano così plasticosi e irreali da sembrarmi quanto di più lontanamente accostabile alla schiettezza e all’autenticità emo (quella storica si intende).

Quello che poi mi tiene fortunatamente a distanza da certi gruppi è la capacità di subodorare una certa boria latente, che viene fuori nei momenti opportuni, rassicurandomi sul fatto che non ho sbagliato a tenermene alla larga.

gazzebi

Sabato sull'”autorevole” sito Ondarock Stefano Macchi ha recensito (stroncato sarebbe la parola giusta, ma sembra da un po’ di tempo che la stroncatura non sia praticabile sul suolo italico) l’ultimo disco dei Gazebo Penguins, quel Raudo, che invece di fare il botto come vorrebbe il nome, ha prodotto solo una bella scoreggia [qui]. Ebbene, al di là degli aficionados del gruppo che possono giustamente protestare quando viene infangato il nome del proprio idolo totemico, visto che il fanatismo è fatto proprio di un’incondizionata adesione e, come ben esplicitato dal termine tedesco Schwarmerei, da pensieri che sciamano come un nugolo di mosche, quello che mi da fastidio è la protesta violenta di chi viene censito.

images

Andrea Sologni, il bassista del gruppo – il cui curriculum mi fa pensare ad un persona intelligente e capace – ha così  elegantemente risposto all’ “attacco” che hanno subito:

ho appena letto la recensione di Raudo scritta da una persona che probabilmente non ha mai avuto un’ adolescenza. Rispetto l’opinione di tutti ma quando un coglione qualsiasi incolpa un disco, noi e i gruppi della nostra etichetta di essere l’immagine di un’italia stanca e che non si riprende, allora dico, caro Stefano Macchi emigra, levati dai coglioni e lascia a noi poveri sfigati questa misera italietta, prima però, Puppaci La Fava. Con tutto rispetto.

Ho letto la recensione di Macchi – e ci tengo a sottolineare che non lo conosco – e mi trovo abbastanza d’accordo. Soprattutto, quando parla dell’incapacità tutta italiana a guardare avanti e a non chiudersi in una riproposizione dell’eguale. In Italia ci sono gruppi che si sbattono per fare ricerca, per guardare avanti, per cercare un proprio linguaggio e una propria – nei limiti congeniti – identità. Purtroppo, esiste un’altra Italia che lavora – senza dubbio – ma lavora sul già dato, sul consolidato prodotto di facile appeal, sulla replica infinita con cui ingozzare una tarda-adolescenza o un reducismo caparbio che purtroppo è restio a voler scomparire. Un’Italia musicale che pensa alla musica soprattutto come prodotto da vendere e, pertanto, vede qualsiasi critica come un attacco alla vendibilità e alla smerciabilità della stessa. La nota stonata del singolo che su una rivista on line autorevole stronca il loro lavoro si trasforma automaticamente nel vuoto chiacchiericcio di un mentecatto che non ha mai avuto un’adolescenza (o che se l’ha avuto non è così nostalgico e reduce da dover necessariamente farsi piacere le chitarrine lanciate in faccia all’ascoltare e i testi urlati a piena voce da scrivere sul diario, sui muri e soprattutto sulla pelle) e che è un coglione perché attacca un gruppo/etichetta (la To Lose La Track) abituata a raccogliere solo entusiasmanti ovazioni.

tour-report

Traspaiono due concetti: la volontà di delegittimare la critica (e sarebbe divertente vedere come negli ultimi anni soprattutto quel delizioso personaggio di nome Pierpaolo Capovilla ha più volte voluto mettere tra parentesi la stessa) e, forse, l’inconsapevole smascheramento dell’idea base sulla quale la musica dei GP si regge, e cioé quella di un’adolescenza eterna buoni per piccoli e adulti, che prima o poi spero a qualcuno starà stretta e risulterà oleografica. Pertanto, se il singolo alza la mano e dice “mi avete rotto il cazzo voi e le vostre cripto-cover e i vostri testi empatici e buoni per ogni stagione” perché tanto astio?!? Perché non è possibile più dire “no” a questi gruppi pompati da certa critica compiacente e ascoltati con entusiasmo da un altrettanto compiacente fetta del pubblico nazionale? Il Successo, certo logora chi non lo ha, ma non credo possa permettere di avere sempre l’ultima parola su tutto e l’impossibilità di replica.

Per inciso, a me non sono mai piaciuti. Non li reputo dei coglioni, anzi, ma non mi strappo i capelli di fronte alla loro piacevole “medietà”.

Intanto, da buon coglione mi vado già a puppare la fava…

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5 Responses to “Estemporanea #2: Gazebo Penguins, o del puppare la fava.”

  1. andrea May 20, 2013 at 8:45 pm #

    premesso che il gruppo in questione lo conosco a malapena…mi ritengo quindi imparziale nel giudizio..ma mi infastidisce questo modo pregiudiziale che ha certa critica di approcciare alla musica: farne sempre una questione etica-morale, una questione di tutto o nulla, usare la musica come pretesto per giudicare la vita del gruppo che c’é dietro…può anche non piacere o sapere di già sentito ed essere musica da eterni ragazzini…e allora?non é in fondo questo che deve fare il r’n’r?regalare concerti dove si urla e si poga e si dimenticano le preoccupazioni là fuori xun’oretta?cosa ci sarebbe di male in questo cari maestri di vita oltre che di critica musicale?io non contesto l’opinione sul prodotto,contesto il modo supponente di esporre questa opinione tipo “tu della vita non hai capito un cazzo”…e poi sempre ad accusare di ruffianaggine commerciale questi gruppi che se va bene vendono 500 copie a disco…mah…questo sì che é un ragionamento da italietta alternativa dei miei coglioni.Saluti.Andrea

  2. mk May 20, 2013 at 10:55 pm #

    Vabbè, ma gia che uno definisce “autorevole” ondarock che gli vuoi dire più.

  3. La fava June 2, 2013 at 2:48 pm #

    Non sono però d’accordo su tutte queste critiche verso i gruppi
    italiani solo perchè non sono mega innovativi e fanno musica che fanno altri 100 gruppi in italia..e quindi?!
    L’america ha sfornato e sta sfornando miliardi di gruppi che fanno la stessa musica, molti fanno cacare e ce li ascoltiamo lo stesso.
    Uno dei piu grandi difetti del pubblico italiano credo che sia quello di non supportare i prodotti nostrani ma , anzi, avere sempre una parola contro, con giudizi piu o meno approssivamtivi “l’etichetta fa cacare quindi loro fanno cacare” “mi stanno sul cazzo” “non ci vado ai concerti perche sono brutti” .

    Detto cio’ questa recensione, mi sembra piu una critica verso la risposta del bassista alla recensione di ondarock, sulla quale sono più che contrario, le critiche si devono accettare e rispondere in questo modo non fa altro che dare una cattiva immagine al gruppo.

    Comunque non li ho mai visti dal vivo e se sono validi tanto meglio per loro.

Trackbacks/Pingbacks

  1. La critica compiacente e le cripto-cover | neuronifanzine - May 21, 2013

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  2. Opinioni non richieste su polemiche sterili: Gazebo Penguins | mestolate - May 21, 2013

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