Estemporanea #1: Radiohead

7 May

di T/T

“C’è sempre stato qualcosa di «vecchio» nei Radiohead. Non parlo del nome…, e nemmeno dell’inutile «h» nel nome di battesimo di Yorke. Mi riferisco piuttosto al modo in cui i Radiohead lasciano tutta la credibilità anticonformistica ai vari Sonic Youth e Stereolab,per esporre la propria merce sulla bancarella denominata «importanza». È questo a renderli parte della «cultura media»: una semiseriosità  che richiama il fervore e il solenne senso del diritto artistico acquisito tipici del progressive rock. Il simbolismo e il concettualismo, la brama di profondità e significato. Ma sapete una cosa? La cultura media va bene. La musica migliore, di fatto, rientra in questa categoria. […] E quindi…: o vi buttate sull’esoterico, come quegli iper-anticonformisti secondo i quali i Faust sono roba per femminucce e il vero hardcore krautrock sono i Dzyan o gli Annexus Quam…in questo caso, finirete per seguire una dieta non-stop a base di cassette noise del Pacific Northwest, torniti dieci pollici neozelandesi e live degli Smegma…Oppure cedete alla snobismo invertito…E quindi, facciamocene una ragione: la storia del grande rock è quella regione di mezzo in cui coesistono sperimentalismo e accessibilità…” [1].

Thom-Yorke-007

Questo è quanto diceva in una glossa Reyndols ad un mash up di articoli e interviste al «più importante» gruppo inglese dell’ultimo ventennio: i blasonatissimi e intoccabili Radiohead.

Reynolds dice qualcosa di giusto, ma non pienamente condivisibile, soprattutto quando pensa per stereotipi, disegnando l’ascoltatore snob, patologicamente interessato all’ascolto di nastri e dischi esoterici su cui spenderà anche al di là della loro bontà intrinseca ottimi parole in un misto schizofrenico di panegirici promozionali e un malcelato timore di difesa e oscuramento, geloso della scoperta da sbattere in faccia al malcapitato di turno in un gara muscolare a chi ne sa di più. In realtà, credo sia un’immagine abbastanza oleografica e macchiettistica (si vedi ad esempio il racconto di Christian De Majo “The Ragazzi”, apparso in Rane Dicembre 2012). L’ascoltare medio oggi è un misto di cultura media e ossessioni di genere, grazie anche alla facilità con cui l’esoterico ora è evocabile. Quello che serve è un modesta dose di curiosità e dedizione…e tempo libero.

Appunto curiosità: quello che manda alla cultura media è la curiosità. La cultura media è un adagiarsi su quello che viene propinato e che assume in alcune casi – come quello dei Radiohead – un’aurea di sacralità tale da non poter non affermare la necessità del loro successo ecumenico nel gusto della gente. In realtà, i Radiohead conferiscono, appunto, grazie alla loro “solenne senso di diritto artistico” dignità all’ascoltatore medio (un po’ come il Bowie che può sfarfallare merda, ma che imbellettato – anche ex via negationis – con il grigiore impegnato e neo-esistenzialista berlinese, è quasi sempre universalmente apprezzato: “eh, ma il duca bianco!!!”, “come suona la tromba coltrane non la suona nessuno” -cit., e l’intellighenzia musicale che si sbraccia sull’ultimo dei marziani)

In Caos Calmo di Sandro Veronesi c’è una pagina favolosa sui Radiohead. Il protagonista, ormai convinto che la moglie defunta gli parli attraverso le canzoni dei Radiohead, cerca di convincere suo fratello, mentre entrambi strafatti di oppio ascoltano Pyramid Song:

Silenzio, e ascolta: che dice? Quello lì, quello guercio, quello che stringe il microfono tra le mani come se fosse un pulcino morto…Non chiedermi come sia possibile, non ne ho idea, ma quello lì con l’occhio marcio dev’essere una specie di medium…Lara mi parla attraverso lui. Ora non si capisce niente perché ogni tanto si mangia le parole […] Era Pyramid Song, fratello. La conosci? La so praticamente a memoria. Ah si? E cosa dice? Parla di di una ragazza che si butta a fiume e mentre annega vede la luna e il cielo pieno di stelle e degli angeli neri scendono su di lei e lei rivive tutte le cose che ha fatto e ritrova tutti i suoi amanti perduti. E perché era diretta a te? Perché una ragazza con cui stavo si è buttata nel Tamigi…Be’, è fantastico. Nel senso che allora non solo Lara, ma tutti i morti parlano ai vivi tramite questi.

Al di là, dell’ammirazione provata nei confronti di Veronesi quando chiama Yorke «guercio» o «occhio marcio», nella sbornia oppiacea, viene detta una grande verità: tutti i morti parlano ai vivi tramite questi qui. Che traslato è come dire, la mediocrità borghese dei Radiohead fatta di, appunto, «accessibilità e sperimentazione» parla un po’ a tutti, così come – azzardando un paragone storico – i Pink Floyd di Dark Side of The Moon parlavano a tutti, senza infastidire nessuno anzi permettendo di da un tono “intellettuale” o “pseudo-colto” ai salotti dei nostri genitori e senza dire, sostanzialmente, nulla. Puro arredo.

I Radiohead, quindi, arrivano a tutti, cannibalizzano quel po’ di cultura alta e sperimentale (la IDM, il future garage, il post-dub, l’elettronica finto-lo-fi) e la impacchettano ad uso e consumo della cultura media, sussumendola da un contesto rockista, facilmente digeribile dai più. Cosa c’è di malvagio allora? Senza dubbio è meglio il trionfo dei Radiohead che quello dei Coldplay, eppure c’è qualcosa che non mi rassicura nell’universale benevolenza che da Ok Computer in poi gli viene decretata. Meglio, allora, la sana protervia degli snob e dei curiosi, sempre che non sia anche quella un mossa da poser, ma una sana esperienza di curiosità e sprezzo della mediocrità e di ciò che alla fine si rivela essere innocuo.

Ecco, quello che temo di più in un gruppo che sbandiera “profondità” e “significato” quello di non incutere timore nell’ascoltatore, di non scuoterlo e portarlo sull’abisso della novità, ma solo scuotere emotivamente il carico di sofferenza che mediamente tutti hanno in riserbo da qualche parte: adagiarsi sul già dato e sul comune.

***

[1] Reynolds, S., Hip-hop-rock, Isbn Edizioni, Milano 2008, pp.300-1.

[2] Veronesi, S., Caos Calmo, Mondadori, Milano 2005, pp. 227-9.

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