Fire!Orchestra – Exit! (Rune Grammofon)

8 Apr

di T/T 

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Abbiamo già parlato su Fritto/Misto di Mats Gustafsson in occasione di una sua precedente release per la Rune Grammofon. Se Stones – insieme al virtuoso del sax basso Colin Stetson – era una prova estenuante di free-jazz nevrastenico e ombelicale, il nuovo progetto messo in piedi insieme ai sui Fire! a Andreas Werliin dei Wildbirds&Peacedrum e a Johan Berthling dei Tape è decisamente al di là di ogni aspettativa (da sottolineare che i W&P sono uno dei mie gruppi preferiti).

Il solco in cui si situa il progetto Fire!Orchestra è quello delle grande tradizione 70s delle big-band jazz meticciate, organismi sfuggenti e acefali come i Centipede di Keith Tippett e la Brotherhood of Breath di Chris McGregor. Le grandi tensioni vitali delle big-band venivano allora aggiornate inglobando l’inverosimile sino ad acquisire dimensioni cosmogoniche. La Fire!Orchesta che ha registrato dal vivo a Fylkingen le due suite che compongono Exit! fa interagire in uno spazio franco e ammantato dall’aurea mitica di Karlenheiz Stockhausen, 28 membri della reale orchestra svedese di jazz e un disparato numero di musicisti apolidi che si muovono nei margini.

La mossa vincente è proprio in questo interplay che smussa tutti gli angoli e gli eccessi liberando come nel caso di Werliin un potenziale sino ad ora quasi assopito nei Wildbirds&Peacedrums. Dall’altro canto il sax ribelle e indomabile di Gustafsson tutto borbottii e strepitii, villoso e animalesco, è tenuto a freno senza perdere il suo graffiante carattere. Ciò che rende prezioso l’ascolto è la presenza di due voci notevoli: Mariam Wallentin, voce dei W&P, e Sofia Jernberg, soprano di origine etiope non a caso componente dell’orchestra reale di jazz svedese. Sono il centro e l’anima dei due lunghi cerimoniali grazie alle potenti e carnali interpretazioni  dei canti rituali composti da Arnold de Boer (the Ex) per l’occasione.

Insomma gli ingredienti ci sono tutti, visto i nomi messi in campo ed, infatti, il risultato è superlativo. Ad oggi è, forse, il mio album preferito di questo insipido 2013. Una narrazione potente quella della Fire!Orchestra che cercherò per sommi capi di ricapitolare:

La Part One ha un incidere che ricorda il post-bop orchestrale del Mingus di Pithecanthropus Erectus, grazie al basso martellante di Berthling, su cui si incastonano gli interventi della Wallentin, la cui grana della voce nera ed imperfetta rende l’atmosfera ancora più sulfurea e deprimente. Il tutto prosegue in un crescendo infernale, in cui la voce deve combattere tra i fiati che barriscono e la chitarra impazzita di O’Rourke sino al climax che la lascia sola. È un momento di intensità totale: la voce salmodia nel silenzio preparando l’irruzione della batteria narcolettica di Werliin e di una fumosa linea di contrabbasso, scontrosa e testarda. Per accumulo si aggiungono come ubriachi barcollanti un liquido hammond che sbava i suoi accordi sul palco e una tromba maschia e turgida, degna di Mongezi Feza. Il tutto si gonfia nuovamente riacquistando il vigore dell’incipit sino a lasciare nuovamente la bassline sola resa sorniona dall’uso di un wah.

La Part Two si apre con la sola voce della Jernberg – i cui virtuosismi nel corso della suite credo abbiano fatto impallidire tutti gli ottoni presenti -. È una voce disperata, lontana, esotica e aliena, disturbata da riverberi e piccoli rintocchi di un piano spettrale. All’improvviso – e qua c’è il genio di Werliin – la batteria incalza un ritmo a testa bassa, quasi un motorik beat slabbrato seguito a ruota dal basso e dai fiati, che creano così un impervio declivio dove la voce e il sax di Mats Gustafsson si sfidano inutilmente, sovrastati dall’orchestra che corre come una mandria impazzita sino a collassare, lasciando nuovamente sola il soprano altero di Sofia, qui nella sua matericità degna della Jeanne Lee di Conspiracy.

Quello che segue è uno sfaldamento di tutti i confini, il free-jazz più magmatico e astratto viene fuori: il caos spadroneggia e tutto diventa di un nero ancestrale – è la notte oscura dell’anima.

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Si chiude in un vorticoso delirio questo Exit! come se la possibilità di una fuga fosse solo nel caos primordiale, nell’apocalisse di ogni forma, nel puro suono originario da cui tutto sorge.

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