From the Vault ep.13: Psycho – Montage Fatal

2 Apr

di Milky Way 

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L’ondata post-punk è ormai passata, travolgendo e macinando generi che ormai avevano esaurito possibilità di rinnovamento, ed evolvendosi in new wave, in pop, o in istanze più sperimentali. Di questi Psycho e del loro esordio, Montage Fatal, sappiamo poco, se non che ai synth – ma, sembra, a tutti gli strumenti – troviamo Stamatis Spanoudakis (personaggio importante della scena alternativa del luogo, compositore di classica e new age), che in un brano compare Gary Wright e che i due cantanti sono una donna e un uomo: Dora Antoniadis e Stefanos Kotatis.

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Il disco è un tuffo neoromantico snodato su un crocevia che ha le sue fondamenta nell’estetica post-’77, ma sono fondamenta radicalmente addomesticate in un miscuglio etereo e sognante, lucido di un cantato teatrale: i cantati sarebbe meglio dire, visto che il disco è incentrato sulle voci di un singer nasale e a tratti punkeggiante, e di una vocalist con la fissa della lirica. Una roba kitsch, penserebbe qualcuno: beh, non proprio, a sentire il risultato.

L’album si apre con una riuscita cover di Psycho Killer, dei Talking Heads, che alza il tasso di tensione sin dai primi secondi. Metabolizzando le tracce si percepisce un’atmosfera onirica e malinconica, sovente arricchita da chitarre acustiche, quasi a voler aggiornare il decennio musicale precedente e a condensarlo rivestendolo con un’estetica più asciutta: come accade in Killing Games, che si concede persino un refrain folk-prog al sintetizzatore.

Woman è brano interamente acustico, mentre con Psycho Waltz si torna ad atmosfere più art-pop (ed ecco che fa capolino l’estetica degli Sparks, ma anche della Kate Bush dei momenti più giocosi dei primi tre album). Bye Bye Babe è un bel brano synth-pop, dove i consueti vocalizzi della Antoniadis rasentano l’urlo sgraziato della giovane Kate, mentre altra perla synth è Carry Me Over, spartita tra la voce semi-clownesca di Kotatis e quella tirata di Dora. Love in Tears si abbevera alla tradizione folk rock del decennio precedente, trascinando la melodia sognante e trasportandoci dolcemente al brano successivo, I’m Having You Now, inquieto florilegio di synth squillanti, percussioni e voci.

Il brano più punk arriva giusto alla fine, con C’mon Friend, synth e pianoforte sugli scudi. Disco sconosciutissimo, per nulla comune, a tratti slegato e sospeso come un ponte tra più generi, ha il pregio di azzeccare una tracklist nettamente superiore alla media, e uno stile saturo di spleen che fa dell’assemblaggio la chiave per plasmare un suono ‘art-pop’ di grande suggestione.

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