Sentieri Selvaggi #4: intervista ai Noise of Trouble

20 Mar

di Bassifondi? 

Abbiamo intervistato i Noise of Trouble, Marco Colonna (sax soprano, tenore e baritono), Luca Corrado (basso elettrico) e Cristian Lombardi (batteria), per la quarta tappa dei Sentieri Selvaggi, ritenendo importante un disco come Distopia e parlare di storia contemporanea, anche attraverso la musica..

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Partiamo dall’inizio, come sono nati i Noise of Trouble?

Io (Marco Colonna) e Luca Corrado ci conosciamo da oramai un decennio, ed insieme abbiamo dato vita a moltissimi progetti, dalle street band a gruppi di ricerca musicale, a progetti elettracustici fino all’esperienza NOT. Condividiamo una forte ecletticità e una necessità profonda di comunicare. Inoltre condividiamo un percorso di vita che ci fa condividere molto oltre la musica, le nostre famiglie si conoscono, i nostri figli giocano insieme….L’incontro con Cristian Lombardi ci ha portato alla definizione di una parte importante della nostra volontà comunicativa…Da qui nasce il progetto Noise of trouble, che comunque si declina in varie formazioni e tematiche. Dal quartetto di Bloody Route, al Drawing Path Quartet, al solo come a progetti allargati.

Come vi siete conosciuti tra voi e avevate alle spalle altre esperienze sonore?
Bhè…frequentiamo praticamente tutte le componenti musicali contemporanee, dalla musica classica contemporanea al funk da strada, la etno e la sperimentazione elettroacustica da quasi vent’anni oramai…..
Prima di concludere con le domande stupide, perché Noise of Trouble?
The Noise of trouble è il titolo di un album dei Last Exit. Mi sembrava enormemente poetico e calzante con la nostra condizione di uomini e musicisti.
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Cos’è stato il 2001 per voi? E cosa il G8 di Genova?
Il 2001 è stato l’anno più dirompente delle nostre vite, e non solo delle nostre…..Aver capito che la lotta ha un prezzo, che avere un’idea non sempre è associato a rendersi conto di quanta fatica e dolore costa difenderla….La fine della fase della giovinezza e l’aver spalancato le porte dell’ età matura. Dopo il G8 nulla è stato come prima. 
Perché è importante secondo voi riflettere sul decennio appena trascorso?
Secondo me è importante riflettere su ogni momento. Questo decennio è stato particolarmente significativo da molteplici punti di vista. Il nostro Paese ha visto cambiare lo scenario politico in maniera definitiva, la componente sociale si è dispersa e le lotte hanno fatto fatica a trovare la lucidità di organizzarsi. La musica dopo l’orgia creativa degli anni novanta ha subito un freno conservativo, le crisi Mondiali hanno cominciato a manifestarsi, la crisi del sistema capitalistico stesso ha diviso il Mondo in chi crede ad una prospettiva di cambiamento contro chi lotta al mantenimento e alla conservazione di qualcosa che è bello che finito. Dopo Genova, in Italia il potere e la polizia ha avuto una feroce impennata di violenza ed in 10 anni sono purtroppo tante le vittime di abusi e le morti sospette e dubbie.
Ma si sente che ora i tempi sono maturi per ricominciare a pianificare….Il movimento No Tav è riuscito a dirci chiaramente che la scelte delle lotte saranno il nostro futuro, e che le ideologie non muoiono ma si trasformano…Che le idee sono importanti per quanto provino in tutti i modi a farci credere il contrario. In più a oggi viviamo la peggiore crisi economica del secolo. E il potere acquisito dalla banche e dai conservatori di questo sistema ha scatenato un profondo inasprimento del conflitto sociale, e del disagio sociale.. Insomma in questi dieci anni è cambiato tutto in maniera devastante e significativa.Rifletterci su significa prepararsi al cambiamento, coscienti del nostro ruolo per una trasformazione utile alla nostra evoluzione.
Carlo Giuliani, si parte di lì e dalla sua uccisione.
Ricordo precisamente il momento in cui leggevo la pianificazione di sicurezza per il G8 2001. Il numero di militari, poliziotti, cecchini e ricordo il pensiero preciso che mi è balenato in mente….”Qui ci scappa il morto”. E purtroppo così è stato. Carlo era un ragazzo come tanti altri. Che a vent’anni cercava di capire come reagire a questo mondo. Come essere incisivo. Placanica era un  ragazzo anche lui. La differenza fra i due sta nei panni che vestivano. I verbali del procedimento giudiziario parlano dell’aria satura dei gas dei lacrimogeni, dei malori dei carabinieri nella jeep, della paura che hanno provato. Ed io non stento a crederlo. Ma che uno Stato ritenga opportuno mandare in guerra ragazzini, coscientemente (perchè la guerra è lo Stato ad averla voluta costringendo i manifestanti a percorsi senza senso nella città, avendo infiltrato personaggi pericolosi e facinorosi nelle file della manifestazione, avendo blindato e militarizzato la città) e criminosamente è stato il grande segnale di svolta del nostro caro Bel Paese. Si  sono dimostrati gli intenti ed il futuro che ci avrebbe atteso. Ci hanno colpito e lo hanno fatto duramente. Nelle emozioni, nella lucidità nella forza. Carlo è morto e Placanica no. Carlo ha alzato un estintore, Placanica ha sparato ad altezza uomo.Il Carabiniere ha trovato rifugio nella caserma. il corpo di Carlo è stato martorizzato dal passaggio della jeep sopra di lui per ben due volte, lasciato morire sull’asfalto, col suo sangue che si allargava in una pozza indecente. La differenza mi sembra sostanziale. E per forza questo fa da spartiacque fra un prima ed un dopo. 
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In tutto questo quadro, “Distopia” cosa vuol essere?
Distopia è un lavoro legato alla memoria di quei giorni, di questi anni, è a tutti gli effetti un atto di affermazione e volontà. E’ il nostro fiore sulla tomba di Carlo, è il nostro portare il suo nome nel cuore. E’ la nostra volontà di ratificare un insegnamento.
In che senso il disco riflette la distopia?
La Distopia è una  forma di utopia maligna, uno stato di cose dove si realizzano gli estremi ideologici del male. Il disco segue questo percorso, sgretolandolo, e ricostruendolo. La voce di Giovanna Marini che a 74 anni grida la sua mancanza di prospettive è stata per noi motivo di riflessione. Crediamo che il disco, nel nostro piccolo, sia la nostra convinzione che una reazione è possibile.
Perché avete scelto questo genere per parlare di tutto ciò? Scelta naturale o ci sono precise motivazioni? E perché la strumentalità (più o meno in tutte le canzoni)?
Il genere non ci riguarda più di tanto. nel senso che nell’affrontare la tematica abbiamo rinverdito anche gli ascolti che facevamo in quei anni. Rage Against the Machine, Sistem of a Down, i Clash, le Posse italiane, Coltrane e Albert Ayler…Mettendo insieme tutto questo che si è arrivati al suono di Distopia. Non è assolutamente programmatico (non siamo musicisti jazz core come spesso si pensa). Era giusto per noi rivivere questi anni per parlarne. Una sorta di viaggio nel deserto….Poi noi siamo un gruppo strumentale, e le voci che ci sono sono solo declamatorie….Nella produzione del disco si sono fatti degli esperimenti con un rapper e abbiamo provato a coinvolgere Francesco Di Giacomo che non ci ha dato molto credito. Il testo di quella che doveva essere l’unica canzone del disco è stata scritta dal nostro fratello Andrea Pomella. Abbiamo deciso di recitarla e metterla come l’epigrafe della tomba di Carlo. All’inizio del nostro viaggio.
Credete quindi molto nella visione della musica, come ricca contenuti e come strumento per fare “politica”?
Io personalmente credo che non ci sia arte se non veicoli contenuti. E che fare politica sia uno dei compiti dell’arte in quanto attività di comunicazione.  Ma la politica è agire sulle coscienze, non vendere slogan e dottrine. Stimolare la memoria e la critica, per creare un’alternativa alla Distopia…E per realizzare un anelito utopico.
C’è ancora qualcuno che pensa di avere un’ideologia?
Avere un’idea fa parte del nostro appartenere all’homo sapiens. Si sgretolano le dottrine fondate sulle idee, e direi anche giustamente. Si comincia a costruire un altro modo di vedere le cose. Ma è difficile ed impiegherà molto tempo a raffinarsi. E’ vero che in questa fase di transizione molti preferiscono non porsi troppi problemi. E si allontanano dalla critica, che invece è l’unica forma di evoluzione del pensiero che abbiamo. Ma è troppo ripido il dirupo su cui ci stiamo affacciando per non rendersi conto che tocca praticamente tutti noi. Sta a Noi (tutti) proporre alternative  , innescare ragionamenti e proposte.
Parliamo di Bolzaneto e del testo della canzone.
Il testo viene da un libro di Simona Orlando. E’ difficile parlare di tortura, vessazione, intimidazione, violenza, paura, panico e dolore. Per cui Simone Cristicchi ha deciso di leggere una parte del libro in cui si prendono interi stralci dei verbali dei processi.
C’è poco da parlare, bisogna lavorare perchè cose del genere non succedano più nè qui nè da altre parti. Ma per fare questo dobbiamo metterle davanti a tutti. Farle conoscere, stimolare la reazione emotiva delle persone. Bisogna che la ferita sia di tutti.
Com’è nata la vostra collaborazione con Simone Cristicchi? E perché proprio lui?
Simone Cristicchi è stato l’unico che ha rischiato il suo ruolo di icona pop per un processo intellettuale più vero e creativo. Scegliendo di raccontare storie scomode, e trovando la poesia nel passato, nella memoria. E’ un ragazzo adorabile e sincero, che aveva già parlato di Genova in “Genova brucia” che alla nostra proposta ha risposto entusiasticamente  proponendo lui di leggere quel testo manifestando una profonda conoscenza dei fatti e una profonda partecipazione emotiva al progetto.
Quanto rabbia c’è nella vostra musica? Sapete, ad ascoltarla ne risale tanta …
Nella musica di distopia c’è molta rabbia. E se sale in chi ascolta abbiamo centrato il punto. Quella rabbia è il nostro futuro. Senza quella rabbia non sapremmo cosa difendere, per cosa lottare, in definitiva non sapremmo dove andare. Citando gli Assalti ” io senza lotta non so essere felice”. Io e i miei frateli sappiamo che la musica è la nostra arma per lottare. E la nostra lotta è per tutti.
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Ritornando al disco in sé, come siete approdati in Brigadisco?
Il disco doveva uscire per una neonata etichetta. Problemi vari lo hanno fatto slittare di un anno e mezzo (doveva uscire per luglio 2011 per il decennale della morte di Carlo, tanto che eravamo sul palco della manifestazione nazionale a Genova). Con Brigadisco abbiamo trovato un partner serio e sensibile all’argomento e abbiamo scoperto una realtà interessantissima e con le orecchie sempre bene aperte.
Che ci ha permesso di arrivare alla stampa……
Quale sarà il futuro dei Noise of Trouble? Sapete già di cosa parlerete nel prossimo disco?
Dopo 4 anni di lavoro e due dischi all’attivo (oltre Distopia c’è il progetto sui flussi migratori dall’Africa all’Europa scaricabile gratuitamente sul sito www.noiseoftrouble.joomlafree.it ) è auspicabile cercare di suonare un pò in giro per portare Distopia ed i suoi contenuti alla gente in versione Live. Partiremo da Roma il 19 Febbraio.
Poi nel futuro io vorrei cominciare a costruire un progetto legato alla situazione Palestinese. Vittorio Arrigoni sarà un altro ragazzo che ci mancherà molto……
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