L’uomo che morì nella sua barca

23 Jan

di T/T

Grouper è la creatura di Liz Harris, di base a Portland, OR. L’ho scoperta qualche anno fa grazie ad AIA, doppio disco di un drone-ambient avvolgente e perturbante. I fumosi bozzetti che si dilatano sino a farsi immagine mobile dell’eternità, flussi continui che potrebbero proseguire imperturbabili per ore – in maniera ciclica – come un respiro, erano il nerbo del doppio lavoro consegnato alle stampe nel 2011 per la  Kranky.

Le due titletrack fotografano gli estremi in cui si muoveva Liz Harris: da un lato la fosse soffocata da strati e strati di pulviscolo sonoro, di profondità astrali. Un abisso in cui l’eco delle sue flebile nenie era un segnale di disperazione e smarrimento, dall’altro un folk esauso come una Enya sotto valium, ormai persa tra labirinti che moltiplicavano l’eco dei suoi arpeggi minimali.

Il nuovo lavoro sempre per la Kranky, dopo due dischi autoprodotti (Violent Replacement I e II ) sarà disponibile a breve, nonostante parecchie tracce abbiano fatto capolino, soprattutto sul Tubo. The Man who died in his boat è forse la più superba immagine sonora della nostalgia e dello struggimento per il passato.

Liz Harris racconta questa storia:

Quando era una ragazzina il relitto di una nave si era arenato sulla battigia di Agate Beach. I resti dell’imbarcazione non erano stati rimossi per parecchi giorni. Ci andai con mio padre per dare una sbirciata all’interno della cabina.  Mappe, tazze di caffè e vestiti erano sparsi dappertutto. 

Ricordo di aver guardato velocemente, prostrata dal sentimento di star violando quello che rimaneva della presenza di un uomo, la cui unica prova era testimoniata da questo fallimento. Era impossibile capire quello che fosse successo. La nave non si era schiantata né si era rovesciata. Lui era semplicemente svanito, e la nave in qualche modo, come un cavallo senza cavaliere, era tornata a casa. 

La Harris, allora, imbastisce tutto l’album intorno a questo flebile ricordo, intrecciando la nostalgia e l’assenza, la disperazione e la costernazione, il mistero e il dolore. Come un enorme cetaceo che si è spiaggiato senza alcun motivo apparente il duplice fantasma evocato diviene una cattedrale da cantare e entro cui far risuonare come un’enorme cassa armonica le litanie infinite di Grouper.

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L’elemento drone si affaccia come in Being Her Shadow, ma viene tenuto a bada, non conquistando mai il proscenio, come se alludesse alle quinte dell’oceano che imperturbabile era scevro al dramma dell’uomo che aveva smarrito la sua imbarcazione. Ma è la nenia lancinante di Vitalche si muove leggera sulle onde e squarcia il cielo come il fascio di un faro che all’improvviso e brevemente illumini la scena del delitto, o l’umida e fredda melodia di Towers a rendere The Man Who Died in His Boat un album di disperata bellezza.

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