David Sylvian vs. Stephan Mathieu – Wandermüde

19 Jan

di T/T

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Quanti nutrivano una certa familiarità con il David Sylvian dei tardi anni 90 ormai perso in raccolte apologetiche e micro pulsioni pop, che certo non rinnegavano il suo passato erratico, ma sembravano averlo accantonato, preferendo territori più confortevoli, storsero il naso quando apparve Blemish, per l’allora nascente etichetta del cantautore inglese, la Samadhi Sounds.

Già l’artwork era spiazzante. Atsushi Fukui, non ripescando ostinatamente nell’estetica 80s di Gone to the Earth e Secrets of Beehive, con il suo tratto quasi fumettistico, da un lato sembrava rassicurare l’ascoltatore, dall’altro faceva intuire il pericolo latente depositato tra le spire di quella musica.

Il progetto si basava su una totale ri-descrizione di quello che era il metodo compositivo di Sylvian. E in un certo qual modo, preludeva ad un progetto più carsico di liberazione totale della sua voce da ogni forma chiusa, che la relegasse in quel compito che per tanti anni aveva assolto sia con i suoi Japan che alla corte del Re Cremisi. David ebbe la fortunatissima idea di lavorare sulle tessiture ambientali, così come aveva fatto in passato, ma senza alcuna protezione, affidandosi ad un maestro dell’improvvisazione totale come Derek Bailey e ad un manipolatore/decostruttore come Fennezs. La tecnica di Bailey ero così estrema, vitale e in continuo movimento che neanche la malattia degenerativa che l’aveva colpito ne aveva fermato la ricerca. Anzi, era diventata stimolo per coniare un nuovo linguaggio, ancora più disarticolato e rapsodico, che alternava senza soluzione di continuità tutto ciò che era possibile tirare fuori dallo spettro armonico e timbrico della sua chitarra.

Zorn volle fotografare in un album – Carpal Tunnel (Tzadik, 2006) –  l’evoluzione della malattia e il corrispettivo emergere del nuovo linguaggio, che intorno alla mancanza e alla decadenza si delineava in maniera ostinata.

L’incontro con Bailey fu di fondamentale importanza per Sylvian. In un intervista rilasciata nel 2009 a The Wire, Sylvian accennava a come il suo modus operandi era stato sconvolto dall’approccio di Bailey. Il materiale “composto” nelle lunghe sessioni di improvvisazione (poi raccolte in To play. The Blemish Sessions [Samadhi Sounds, 2006]) doveva necessariamente esser messo da parte e allontanato, quasi dimenticato sino al vero e proprio processo di scrittura.  Blemish pur essendo un album “doppio” che alterna divagazioni ambientali, droni e sbarluccicchi glitch e austeri lied per chitarra e voce (sporcati dalle manipolazioni di Fennezs) rimane un album “unitario” e di fondamentale importanza per Sylvian, poiché ne ha ridefinito totalmente l’estetica, avviando un processo di ricerca che sembra non essersi fermato e che in Manafon ha toccato un’ennesima vetta di incomprensione, coraggio e disperazione.

Bailey ha costretto Sylvian a pensare la sua voce libera da qualsiasi forma: un flusso di coscienza “guidato”.

A posteriori, questo Sylvian – che ha messo da parte le piccole statuine delle divinità indiane – lasciando tutto quello che vi è di sicuro e certo, per inseguire la lezione di Bailey sarà forse il suo lascito e la sua eredità maggiore, oscurando le romantiche ballate illuminate dai fiati di Mark Isham e Mel Collins.

L’importanza esistenziale ed estetica di Blemish è sottolineata dall’ultimo progetto dato alle stampe pochi giorni fa per la Samadhi Sounds in collaborazione con il musicista tedesco Stephen MathieuWandermüde rientra in una pratica già ampiamente collaudata da Sylvian, cioè quella della rilettura e dell’interpretazione delle proprie opere. Blemish era stato sottoposto ad un primo tentativo di decostruzione, The Good Son Vs. The Only Daughter (The Blemish Remixes), che in realtà era più più di un semplice album di remix, visto che alcune tracce erano stati nuovamente registrate da nuovi musicisti sino ad apparire trasfigurate.

In  Wandermüde il processo è estremizzato, poiché l’oggetto delle manipolazioni sono soltanto le texture ambientali di Blemish. La voce e la chitarra di Bailey scompaiono in un processo di decantazione che risparmia solo i desolati landscapes, che servivano da quinte in Blemish. Lo sfondo viene quindi portato in primo piano e diventa il soggetto. I dettagli e le sfumature sono quindi passate sotto la lente focale di Stephen Mathieu sgranandosi e dilatandosi.

Tratto fondamentale della poetica di Mathieu è quella di operare attraverso tecniche che integrano il digitale e l’analogico sulla spersonalizzazione della fonte sonora, conservandone e anzi esaltandone alla potenza la bellezza sonora. Una sorta di elevazione a potenza dell’originale. E nell’ultimo lavoro con Sylvian, che poteva seguire le orme di altre sue cose fatte con Sylvain Chauveau, lavora proprio sulla rimozione del baritono di Sylvian e del suo interplay con la chitarra schizzoide di Bailey e i luminosi acquerelli di Fennesz.

Il risultato dell’incontro con Mathieu è un lavoro che strizza l’occhio ai dischi ambient prodotti nei tardi anni 80 da Sylvian insieme a Holger Czukay, in primis  Plight and Premonition, ma che allude anche al secondo disco di Gone to The Earth, scritto invece in collaborazione con un  non-ancora invadente, Robert Fripp.

Blemish così si rivela come una fonte continua e ineludibile di potenzialità non ancora sopite per la crescita artistica di David Sylvian. Anche libero dall’ingombrante presenza di Bailey, risplende per coerenza e forza nella sua nuova ed inedita forma. Esangue e sfinita questa musica è simile al riverbero sulla neve fresca della la luce di un sole nascosto ma la cui luminosità è solo intuibile.

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One Response to “David Sylvian vs. Stephan Mathieu – Wandermüde”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Sentieri Selvaggi #6 vs. F/M: Su Spettro // intervista a Cristian Naldi | - October 21, 2013

    […] è proprio da parte di Tonio, invece: in Blemish di Sylvian e Bailey c’è un rapporto particolare tra composizione e improvvisazione, cosa ne pensi al riguardo?, […]

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