“Reach the sky, keep up the fight”. Quindici anni di Constellation ed altra roba

26 Nov

di Francesco Mastroviti

1997, Montreal, Quebec. Ian Ilavsky e Don Wilkie decidono di fornire alla scena locale un supporto per crescere ed esibirsi, nella duplice forma di uno spazio live e di una etichetta discografica. Presto però, il progetto iniziale viene abbandonato per assumere la forma unica di casa discografica.

Siamo nel 1997, e chi mastica qualcosa di musica ha presente il panorama fallimentare in cui versasse la musica indipendente, ossia la musica pubblicata da imprese discografiche sciolte da legami corporativi con altre industrie, operanti su base territoriale ristretta, animate da personalità quasi mecenatistiche, spesso musicisti interessati alla collaborazione e al “fare scena”, autentici magneti della creatività capaci di imporsi come punto focale di una costellazione musicale altrimenti dispersa, stella morta fuori fuoco.

La stagione giustamente ricordata come epoca d’oro di questi contenitori è quella che va dal 1978 (prendiamo come punto d’avvio la nascita della SST records in California ad opera di Greg Ginn) ai primi anni ’90, quando numerosi complessi americani underground si legarono contrattualmente alle cosiddette major, le big four, Universal, Sony BMG, Warner, EMI. Le promesse di una maggiore distribuzione del proprio prodotto, tour meglio organizzati, visibilità beatlesiana, e perché no, milioni di dollari, furono l’obolo della traversata carontina verso l’ade del rock. Sull’effettivo valore di queste promesse, un articolo dell’epoca ci potrebbe schiarire le idee: The problem with music.

Circa dieci anni dopo, l’11 novembre del 2002, la Constellation pubblica Yanqui U.X.O., terzo album dei Godspeed you!Black emperor, band di punta dell’etichetta. La curatissima confezione dell’album, realizzata come ogni prodotto CST perlopiù da artisti operativi sul territorio ed autentico valore aggiunto del prodotto (rifatevi gli occhi: http://www.cstrecords.com/releases) – arte totale, artisti parziali – includeva un diagramma atto ad indicare i rapporti esistenti fra cinque major discografiche e l’industria armamentaria americana, con tanto di fotografia raffigurante una pioggia di bombe ( il disco è stato fra l’altro prodotto proprio da quel Steve Albini autore del su citato articolo).

Il contenuto parzialmente errato dei grafici in questione non ci tocca, giacché qui intendiamo far emergere il carattere totale di questa etichetta che, nelle intenzioni dei suoi fondatori dovrebbe “mettere in atto una modalità di produzione culturale critica verso le peggiori tendenze dell’industria musicale, la mercificazione dell’artista (commodity), e forse in piccola parte, il mondo intero”.  Sarà interessante interrogarsi sul ruolo odierno delle etichette indipendenti sullo sfondo di una teoria dell’industria culturale – ma questo avanti. È chiaro che non stiamo parlando di un’etichetta di musica rock. Anzi, la Constellation, è lo sgabuzzino buio sul retro del mausoleo del rock.

Nel frattempo la Constellation records ha compiuto quindici anni, e per l’occasione ha organizzato un mini tour/festival europeo (mitteleuropeo per essere precisi) con tappa a Berna, Parigi, Monaco, Vienna e Lipsia.

Particolarità dell’evento è che, in accordo con l’organizzazione collettivistica del rooster canadese, ogni serata raccoglie tre gruppi in combinazioni differenti, rendendo ogni concerto una esperienza diversa, tanto per il pubblico quanto per gli artisti che, seppure in successione, si trovano a condividere il palco. Non sono estranei all’etichetta neanche incroci fecondi, come quello fra la sassofonista Matana Roberts e i due complessi di Efrim Menuck ,Godspeed you! Black Emperor e Thee Silver Mt. Zion. Fra le collaborazioni della Roberts segnaliamo il già citato Yanqui U.X.O. dei GSYBE (Constellation, 2002) Kollaps Tradixionales dei TSMZ, e, cosa non è New York, Dear Science dei TV On The Radio (2008, Interscope).

Il poster realizzato per l’occasione è opera dal collettivo              Dis-Patch di Belgrado.

Sperperando malamente i fondi della comunità europea, ci siamo recati alla serata del 21 novembre presso il Feierwerk di Monaco, uno dei pochi locali rimasti in piedi dove non passa la musica di Daniele Negroni, per ascoltare le esibizioni di HRSTA, Matana Roberts, e Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra. Il Feierwek è un simpatico complesso che unisce ad una sala  dove si tengono feste e concerti, una caffetteria, spazi per attività di quartiere e persino una radio. La sala concerti è piccola ed accogliente ed essere di fronte al palco significa poter annusare le converse del bassista. L’atmosfera intima ed informale si sposa bene col programma della serata e con lo spirito dell’etichetta.

Le maschere del rock rimangono fuori stasera. Vedremo invece pelate, rughe, barbe che sembrano uscite da La Montagna Incantata, brutte scarpe da ginnastica. Il pubblico è composto dai tipici seguaci dell’etichetta. Nascosti dalle luci del palco si annidano Leo Naptha, Mynheer Peeperkorn e Madame Chauchat. Con orrore riconosco persino una collega del seminario sul ruolo del linguaggio nel pensiero filosofico. Aprono gli HRSTA (si pronuncia her-shta), tre album all’attivo (notevole il debuto L’éclat du ciél était insoutenable, Fancy records, 2001), stasera in duo. Il chitarrista e cantante Mike Moya, già membro fondatore dei GSYBE e di un altro mucchio di gruppi, accompagnato da Nick Kuepfer alla regia, propone quattro composizioni spettrali, ballate gotico americane segnate da chitarre di vetro,dense di echi e scricchiolii. Performance breve, ma partecipata, e ad ogni modo un “la” per conoscere l’ottima discografia degli HRSTA.

Segue quella che nel mio giudizio si configurerà come la migliore esibizione della serata. Matana Roberts, nativa di Chicago, ha passato, come ci ricorda lei stessa all’inizio del concerto, gli ultimi venticinque anni della sua vita a suonare il sax alto (e aggiunge: “ e ancora non lo suono come vorrei!”) muovendosi tra tradizione ed avanguardia ed interagendo con altri musicisti della scena di Chicago e New York, poeti, teatranti; insomma, una performer totale, capace di condensare nella sua musica l’intero spessore dell’arte in forma drammatica, ossia di ricostruire nei suoi album e concerti quel filo che corre fra arte e vita, cultura ed azione, prassi e storia.

Prova tangibile di questo impegno è il progetto COIN COIN, un “collage sonoro in dodici capitoli che unisce la sua fascinazione per la storia afro-americana del sud degli Stati Uniti con un esame della sua storia personale. COIN COIN è basata su un’indagine genealogica che attraversa sette generazioni della sua famiglia.” Il nome dell’impresa è il soprannome di una sua lontana parente, Marie Therese Metoyer, la cui storia le sarebbe stata raccontata direttamente dalla propria madre “dando forma ad un forte archetipo materno di colore, attorno al quale la Roberts costruisce ascoltando, i propri miti e verità”.

“Mi sento un po’ in colpa di essere qui, dopo quello che è successo a New York dovrei essere lì a dare una mano… è stato molto peggio di quanto le gente si aspettasse [si riferisce al recente impatto dell’uragano Sandy”. Matana crea da subito un legame magnetico col suo pubblico, gli fa capire di non essere lì per dare spettacolo, nutrire il proprio ego ed il proprio portafoglio, bensì per portare un dono, per condividere un’esperienza e formare una comunità nel suono. Nei successivi trenta minuti saremo chiamati ad intonare uno spiritual, a ballare e a schioccare le dita per accompagnare i suoi assolo ed il suo canto.

Reach the sky, keep up the fight.” , è questo il messaggio con cui ci lascia, per riapparire solo durante il bis dei Thee Silver Mt. Zion, brano corale che chiude la serata.

Ah, hanno suonato anche i Thee Silver Mt. Zion. Non mi piace la voce del cantante.

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