Anomalie rifrattive: James Blake, Dirty Beaches, Ghostpoet.

22 Oct

Pur comprendendo a volte che l’assillo dell’attualità è di fondamentale importanza, la distanza anche minima da presente è altrettanto fondamentale. Ormai, ci si barcamena in un continuum frastagliato in cui il museale, confina con l’archivio e la riproduzione storica. Si parla di possessione (il termine esatto mutuato dal Derrida di Spettri di Marx è hauntology), ma ciò non fa che sancire un ruolo sussidiario del presente rispetto al passato. O meglio, il futuro non è che una piega del passato.

In questa malattia del passato, il futuro e la capacità immaginativa di pensare un possibile futuro viene erosa. Vi è quasi un’anomalia rifrattiva che mostra il futuro come una copia upgradata del passato. Un corollario o una nota a pié di pagina che – il più delle volte – supera in ampiezza il testo che glossa.

Dirty Beaches, al secolo Alex Zhang Hungtai, di origini taiwanesi ma trapiantato nel Quebec, è un corpo posseduto da diverse anime. Non si può non credere guardandolo che in realtà abbia più anni di quelli che dice di avere e soprattutto il dono dell’eterna giovinezza. Quello che mi ha colpito di DB, prima di ogni ascolta è l’immagine del suo primo full length Badlands. Ha creato un trittico perfetto con altri due dischi: il tanto decantato omonimo di James Blake e Peanut Butter Blues and Melancholy Jam di Ghospoet.

 

 

DB si pone in un contesto altro rispetto alle divagazioni garage/dubstep di Blake e del poeta fantasma; vi è comunque un elemento che accomuna i tre: è il richiamo ad un’ identità soul, ormai prostrata e dal netto sapore etilico. DB ha nel passato i Suicide come nemesi. Ma quello dei Suicide era un blues robotico per alienati e schizofrenici: era l’anima ormai persa tra i liquami di una città retro-futurista sospesa tra riff atavici e riverberi impazziti: un ibrido post-umano da tragedia imminente. Il tono violento e pessimista dei Suicide assume tutt’altro aspetto nella declinazione di DB: è la nostalgia ( ironica e consumata ) che provoca un’anomalia rifrattiva nei confronti del passato: è una malinconia terrificante: onirica e schiacciante. Ha lo stesso olezzo di un morto vivente.

 

 

Blake è più controllato: romantico in una certa misura. Il tono è quello del rallentamento, come se la musica scorresse frame by frame. Delle istantanee che vengono mostrate con forse troppa cura. Il che da un certo tono “affettato” alla malinconia che pervade le sue divagazioni soul-step. Da “Limit to your Love” il lavoro si scrolla i fumi di una sbornia alcolica e della veglia mattutina, assume corpo: si desta. Basta ascoltare “Give me my month” e la ritmica di “Care“. Le voci si affollano: quella robotica e quella umana interagiscono assumendo una doppia funzione melodica e ritmica. In “Care” è la voce robotica a complicare il tempo, che per conto suo marcia in maniera ostinata. L’anomalia qui non è nei confronti del passato: ma dell’identità stessa del soggetto “James blake” stretto fra il crooner soul e le dissertazioni sulle basse frequenze: fra intimismo e solitudine in luoghi affollati: fra stanze vuote e letti disfatti e club altrettanto vuoti e altrettanto disfatti. In realtà, la seconda identità, quella dubstep, che creava un essere ancipite era solo belletto: basta guardare come si è evoluto questo strano ibrido. Il vocalista da piano bar è venuto fuori. E addio.

 

Ghostpoet, nato Obaro Ejimiwe, è inglese tanto da farsi ritrarre tra la nebbia, oppure da occhi troppo ebbri per mettere a fuoco. La sua natura ectoplasmatica e nostalgica (come si potrebbe altrimenti leggere il titolo del suo lavoro?) è figlia dell’identità “rave” inglese: scarso culto dell’identità, schizofrenia di “genere” e un flow da pub inglese.

 

 

L’etilismo ravvedere la sbornia da passato, ma la tendenza quasi da compendio geografico e storico di quello che è il suono british dell’ultima decade trova in GP una possibile via di fuga. Non la più esaltante, ma forse la più vicina al vero continuum underground albionico.

Senza dubbio, dei tre  – nonostante sia emotivamente più vicino a DB – ora è il suo, il prossimo lavoro che attendo con più ansia.

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One Response to “Anomalie rifrattive: James Blake, Dirty Beaches, Ghostpoet.”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Quattro righe: James Blake – Overgrown | - April 6, 2013

    […] Due parole le ho spese qua: https://frittomisto12.wordpress.com/2012/10/22/anomalie-rifrattive-james-blake-dirty-beaches-ghostpoe… […]

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