La cultura popolare non fa per me

15 Oct

Di Francesco Mastroviti

Art brut, arte grezza o outsider art che dir si voglia, è un concetto dell’arte che pone l’accento sulla spontaneità, lo sguardo innocente dell’esecutore, lontano anni luce da accademismi, esigenze di comunicazione, e soprattutto manifesti. Di certo, quando, nel 1945 (almeno così mi dice Wikipedia) Jean Debuffet osservava le creazioni realizzate da detenuti in istituti psichiatrici e da bambini, l’ultimo dei suoi pensieri doveva essere quello di ordinare e categorizzare ciò che per suo essenza si sottrae ad essere definito.

Jean Debuffet – The Cow with a Subtile Nose, 1954 Oil and enamel on canvas 35×45 3/4 in. (88.9 x 116.1 cm.)

Per quale motivo allora il primo album degli Art Brut (il cui titolo volutamente primitivo secondo me collassa con la ragione sociale – “Bang Bang Rock & Roll“), si apre con una programmaticissima ed espilicita dichiarazione poetica?

Formed a band, we formed a band, look at us, we formed a band! … stop buying your albums from the supermarket, they only sell records that have charted … AND YES, THIS IS MY SINGING VOICE, IT’S NOT IRONY, IT’S NOT ROCK N’ ROLL, WE’RE JUST TALKING TO THE KIDS

Gli Art Brut lo neghino pure, ma essi appartengono ad una accademia ben nota, fondata in maniera spontanea prima da vasti gruppi di casalinghe in cerca di un sottofondo piacevole per le loro faccende e, in seguito, da giovani poco educati a distinguere la realtà dalla finzione e destinati ad imprimere per sempre le loro emozioni fra i solchi di un 45 giri, dove anche sotto strati di polvere sarebbero sopravvissute, linde e scintillanti, pure forme (forme dotate di pancia e formicolii annessi, beninteso). Stiamo parlando degli istinti sessuali sublimati, di malinconici pomeriggi estivi, di parole non dette rimaste lì, strozzate in fondo alla gola. Stiamo parlando soprattutto di vivere le proprie emozioni attraverso la voce di qualcun’altro.

Copertina del 45′ di How do you it? di Gerry & The Pacemakers, gruppo britannico autore di tre singoli #1 nella classifica del Regno Unito nel 1963

L’istituto di cui parliamo è quello per soggetti  sofferenti di dipendenza dalla musica pop. Eddie Argos e soci sono il prodotto in forma musicale di almeno tre generazioni di ascoltatori di musica leggera, e ovviamente sono inglesi. Non credo ci sia bisogno di sottolineare la continuità esistente fra l’essere inglesi e il parlare di musica pop. Certo, Little Richard, Elvis… (america = pancia), ma i Beatles? Mi sembra pertinente affermare che la musica per giovani a un certo si è trasformata da liberatorio rito collettivo e gioioso a feticistico rimuginare sulla propria infelicità al sicuro nella propria cameretta proprio grazie ad alcuni cantanti inglesi. Tornando a noi, ciò che mi premeva sottolineare è come lungi dal metter corpo a un istinto primitivo in toto, gli Art Brut sanno benissimo ciò di cui parlano. L’incisività dei loro testi non sta nel lirico accostamento di immagini poetiche, nella acre satira sociale (vedi i The Fall, altro grande gruppo inglese – di Manchester – a cui devono molto), bensì nella disperata consapevolezza di essere cresciuti attribuendo una sconsiderata importanza alle canzonette, e di doversi confrontare con un range emotivo che è stato definito dal sistema della musica pop.

In Emily Kane questo motivo viene espresso in forma purissima. La canzone altro non è che lo sfogo di un post-adolescente che dichiara di non aver mai superato (get over) il suo primo

I was your boyfriend when we were fifteen, it’s the happiest that i’ve ever been. Even though we didn’t understand how to do much more than just hold hands. … Other girls went and other girls came, i can’t get over my old flame, i’m still in love with, Emily kane. … I hope this songs finds you fame, i want schoolkids on buses singing your name.

Attaccamento all’innocenza del primo amore, rifiuto del sesso, ma soprattutto ossessione. E’ nel momento dell’attacco dello special, dopo un rovinoso crescendo che veniamo messi di fronte allanuda verità, che Gerry & the Pacemakers con i loro volti sorridenti mai ci avrebberso confessato.

THERE’S A BEAST IN MY SOUL THAT CAN’T BE TAMED, I’M STILL IN LOVE WITH EMILY KANE, I THOUGHT I’D NEVER LOVE AGAIN, I’M STILL IN LOVE WITH EMILY KANE, THE TORCH I HOLD IS ALWAYS A FLAME

Ma se una dote non manca agli inglesi, questa è l’ironia. L’amore diventa così poco più di un passatempo inGood Weekend, nel cui ritornello Eddie intona: “Got myself a brand new girlfriend, phone’s ringing all weekend / Got myself a brand new girlfriend, so many messages to send”. Per chi non lo sapesse “brand new” si avvicina molto a ciò che noi chiameremmo “nuovo di zecca”, aggettivo ben più adatto a definire un elettrodomestico che un partner sentimentale. Non c’è da stupirsi pertanto se, dopo una sfuriata di canonico rock n’ roll il brano si chiude su un vaghissimo: ” Got myself a brand new girlfriend, And i think that i love her”. Rusted guns of MIlan, Modern Art eMy Litte Brother ( quest’ultima rifatta dai Tre Allegri Ragazzi Morti e pubblicata come singolo, una usanza veramente anni ’60 – pensate a quanti gruppi hanno fatto soldi su The House of The Rising Sun), parlano rispettivamente del fare cilecca ad un festival rock, dell’euroforia suscitata dall’arte moderna (David Hockney, Henri Matisse, le musèe Pompidou) e ovviamente della musica pop. “He no longer listens to A-sides, he made me a tape of bootlegs and B-sides” recita My Little Brother.Ma sappiamo bene che voi andate pazzi per i b-sides, Art Brut.

L’amaro confronto con la propria formazione è il tema di Bad Weekend, brano che meglio rispecchia il problema fondamentale col quale si confrontano gli Art Brut. Che significato possiede oggi la musica pop? Cosa le è rimasto (se mai c’è stato) di autentico?

Haven’t read NME in so long, don’t know what genre we belong. Popular colture no longer applies to me. It’s tough at the top, the fashionista, text in Topshop, text in Topshop. Sometimes it’s hard to stop, when your heart is set on Top of the Pops, Top of the Pops. […] I’ve saved up so much money to spend, all i can afford is a bad weekeend. And there’s on reason for staying in, there’s nothing on the television.

Popular culture no longer applies to me. 

Qui viene misurata tutta la distanza che esiste fra l’essere un musicista e l’essere il fruitore di un prodotto musicale. L’ascoltatore, eccitato da musica lontanissima dalla sua vita reale, diventa incapace di stabilire con essa un rapporto che sia di autentico scambio, di reale appagamento. Non è più la vita che dona alla musica, ma la musica che dona alla vita. E’ questo il paradosso dell’ascolto coatto di musica pop oggi, avere invertito il reale rapporto tra creatore ed ascoltatore, avere anestetizzato l’uomo colorando il suo mondo di immagini che non potrà toccare con mano, o meglio, che quando gli si presenterrano davanti agli occhi gli appariranno come la pallida copia del contenuto di una canzone. E’ una droga (it’s so hard to stop)

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2 Responses to “La cultura popolare non fa per me”

  1. Lalia October 16, 2012 at 10:36 am #

    “sperimentazione adolescenziale” non anagrafica, ovviamnete… qusto posto puzzerà troppo di giovinetti…

    • Francesco October 17, 2012 at 12:56 pm #

      Ossia?

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